La morte dei quattro lavoratori di Amendolara non può essere archiviata come l'ennesima tragedia destinata a occupare per qualche giorno le cronache e poi a dissolversi nel flusso incessante delle notizie. È una ferita che attraversa un territorio, interpella una comunità e chiama ciascuno di noi a una domanda scomoda: quanto siamo davvero disposti a vedere? La tentazione più facile è quella di fermarsi all'orrore delle immagini, all'emozione immediata, alla commozione che accompagna ogni tragedia. Ma il rischio è che l'indignazione diventi una forma di consumo, una reazione intensa e breve che non lascia traccia nella comprensione dei fenomeni che generano quelle morti. I quattro giovani lavoratori morti ad Amendolara non sono vittime di una fatalità. Sono vittime di un sistema che continua a considerare il lavoro come una merce da comprimere, i diritti come un costo da ridurre e le persone come strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione. Un sistema che trova nel caporalato una delle sue espressioni più brutali, ma che non si esaurisce nella figura del caporale. Dietro il caporale esistono filiere economiche, convenienze, silenzi, omissioni e, talvolta, vere e proprie complicità.
Per questo sarebbe un errore confinare il problema alle campagne del Sud o attribuirlo esclusivamente alla criminalità organizzata. Lo sfruttamento attraversa territori, settori produttivi e livelli diversi della società. Cambiano i volti, cambiano le modalità, ma resta identica la logica che considera accettabile comprimere la dignità umana in nome del profitto. Insieme ai ricercatori che da tempo si occupano di studiare il fenomeno del caporalato, nelle sue origini e nelle sue connessioni, alle associazioni che quotidianamente si impegnano con azioni di sostegno materiale e psicologico alle persone, o ai sindacati, che lavorano perché i diritti dei lavoratori, tutti i lavoratori, non vengano calpestati, è forse il tempo di organizzarsi in maniera concreta per ribaltare le logiche del solo profitto. È il tempo di assumere, ciascuno per la propria parte, un impegno collettivo nella costruzione di sistemi, anche economici, alternativi, in cui il lavoro non diventi uno strumento di sfruttamento o di moderne schiavitù. È il tempo di organizzarsi, come società civile, per dimostrare con iniziative concrete che un’altra economia è possibile, che una società dal volto umano, quella scritta nella nostra Costituzione, può ancora resistere ed esistere, togliendo fiato e profitto ai sistemi criminali, anche quelli apparentemente legali. Altrimenti, non ci resterà che piangere il prossimo rogo o il prossimo incidente stradale o il prossimo corpo senza nome ritrovato in qualche campagna. E di questo saremo tutti responsabili, come cittadini, come associazioni, come consumatori non di beni o di prodotti della terra e del lavoro, ma di diritti.
Coordinamento regionale Libera Basilicata