La notizia della tragica morte dei quattro lavoratori di origine pakistana, lasciati morire bruciati vivi in un'auto presso un distributore di carburante, ci ha sconvolti. Conoscerne le modalità attraverso i filmati della videosorveglianza ha rappresentato un'inaudita violenza che attraversa gli occhi e penetra nella carne. Lo è ancora di più perché è accaduto a casa nostra, perché quello di Amendolara, nel Cosentino, è un territorio che noi lucani conosciamo bene, non solo perché vicino geograficamente, ma anche perché per molti rappresenta una meta di vacanza, quindi un luogo di pace, relax e quiete. E sapere che quei quattro poveri ragazzi erano diretti, come chissà quante altre volte, nei campi del Metapontino e che chissà quante volte hanno contribuito a far arrivare sulle nostre tavole frutta e ortaggi rende tutto ancora più straziante sul piano emotivo. Noi non vi mostreremo il video.
Non lo faremo non perché non serva a raccontare l'orrore, ma perché non vogliamo che l'orrore si esaurisca nella pratica morbosa che alimenta il meccanismo delle vicende che appaiono sempre gravi, ma mai davvero serie. In altre parole, non vogliamo fermarci all'empatia del momento, quella che raramente si traduce in una consapevolezza individuale capace di conoscere un fenomeno, affrontarlo e, magari, contribuire a debellarlo. Come, in questo caso, il caporalato. Per questo, e per comprendere che ciò che è accaduto ad Amendolara non è un fatto isolato ma l'anello di una catena lunghissima nel tempo e nello spazio, abbiamo chiesto a Giovanni Ferrarese, ricercatore, docente universitario e autore del bellissimo volume edito da Carocci, Il caporalato. Una storia'' di scrivere per noi un'analisi e una riflessione. Eccola.
Nei primi mesi del 1993, Ornella Gardini, una bracciante agricola di 49 anni impiegata nelle campagne del Veronese, venne brutalmente picchiata e lasciata in fin di vita dalla cosiddetta “guardiana”. La sua colpa era stata quella di arrivare con pochi minuti di ritardo al lavoro, una mancanza che, in un sistema fondato sulla paura e sulla sopraffazione, doveva essere punita in modo esemplare. Sfruttamento, violenza e abuso di potere rappresentano da sempre il lato oscuro del lavoro agricolo nelle campagne italiane. Accanto alla lunga scia di sangue degli incidenti stradali che coinvolgono i furgoni dei caporali o degli incidenti sul lavoro, esiste una storia parallela, meno visibile ma altrettanto drammatica: quella delle aggressioni, delle intimidazioni e delle ritorsioni feroci contro chiunque osi contestare le regole imposte dai caporali o manifestare il minimo segno di insubordinazione. Una violenza carsica che attraversa decenni di storia e riaffiora ciclicamente nelle campagne italiane.
Dall'omicidio di Jerry Essan Masslo alle numerose vittime di abusi sessuali, fino all'assassinio del giovane bracciante Soumaila Sacko, ucciso in Calabria nel 2018 per aver rivendicato i propri diritti. Una violenza che oggi torna a mostrarsi nella sua forma più feroce, fino alla barbarie di quattro giovani lavoratori arsi vivi. A ben vedere, però, questa violenza sembra essere inscritta già nel termine stesso di caporale.
L'adozione di un lessico di derivazione militare per designare questa figura non è casuale: richiama un sistema gerarchico fondato sull'obbedienza e sulla disciplina, nel quale l'insubordinazione non è contemplata, proprio come accade in un esercito. Il rapporto tra caporale e bracciante si configura così non come una normale relazione di lavoro, ma come un rapporto di comando, in cui il potere si esercita attraverso il controllo, la coercizione e, nei casi più estremi, la violenza. La violenza, anche nelle sue espressioni più feroci, non può essere interpretata, quindi, come una deviazione occasionale e irrazionale del sistema né come il prodotto importato di presunte culture "altre", culture migranti. Essa rappresenta invece lo strumento attraverso cui il caporalato impone disciplina e assicura la propria sopravvivenza, quando gli altri strumenti −sfruttamento della precarietà giuridica, assenza di alternative occupazionali, relazioni di fiducia−non sono più efficaci. Il caporale che la esercita non è mai l’unico beneficiario di questo ordine: più spesso ne è l'esecutore, il terminale operativo di una struttura che coinvolge interessi economici, filiere produttive e, in alcuni contesti territoriali, proprio come la Calabria, le organizzazioni criminali.
Il suo compito è semplice quanto decisivo: custodire un equilibrio fondato sulla subordinazione dei lavoratori e difendere i meccanismi che generano profitto e potere. Le due notizie emerse in questi giorni restituiscono con particolare efficacia le molteplici dimensioni di un fenomeno profondamente radicato nella storia italiana e ormai divenuto strutturale in diversi settori produttivi. Da un lato, una rete di società operanti in più Paesi che avrebbe fatto ricorso a manodopera in condizioni para-schiavistiche per la costruzione del nuovo consolato degli Stati Uniti: un sistema caratterizzato da appalti milionari, salari da fame e dalla figura di un caporale con funzioni manageriali, arrivato dalla Turchia a gestire e disciplinare la forza lavoro.
Dall'altro, le campagne della Calabria, dove lo sfruttamento del lavoro agricolo continua a intrecciarsi con l'ombra del controllo esercitato dalle organizzazioni criminali. Due contesti apparentemente lontani, ma accomunati dalla stessa logica: la compressione dei diritti dei lavoratori, anche in forme estreme, come strumento per massimizzare profitti. Di fronte a tutto questo resta una domanda che inquieta, e la cui risposta appare quasi più destabilizzante della domanda stessa. Fino a che punto è destinata ad alzarsi la soglia di tolleranza? Le vicende di Satnam Singh, di Poul Nerajee e dei quattro giovani braccianti morti ad Amendolara non costituiscono episodi isolati, ma tasselli di una medesima escalation dell’orrore e della disumanizzazione.
Una sequenza che si dispiega sotto i nostri occhi con inquietante regolarità, spesso senza il necessario grado di allarme collettivo, e senza tradursi in una reale rimessa in discussione delle dinamiche strutturali che governano una parte rilevante delle filiere produttive da cui dipendono il cibo che arriva sulle nostre tavole, gli abiti che indossiamo, gli spazi urbani in cui viviamo.
lasiritide.it