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La voce della Politica
| Dirigenti ai vertici degli stipendi e docenti nuovi poveri della conoscenza |
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20/10/2026 | Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l'attenzione sulle profonde disparità retributive evidenziate dagli aggiornamenti Eurydice del luglio 2026 e dal rapporto OCSE Education at a Glance 2026, che restituiscono l'immagine di un sistema scolastico nel quale il riconoscimento economico della dirigenza risulta sensibilmente superiore a quello della docenza. Una differenza che, pur considerando le diverse responsabilità professionali, solleva interrogativi sulle scelte finanziarie e contrattuali che continuano a mantenere gli insegnanti in una posizione economicamente penalizzata.
Sta emergendo una condizione sociale che potremmo definire quella dei nuovi poveri della conoscenza: professionisti che dedicano anni alla formazione universitaria, affrontano percorsi abilitanti, concorsi e continui aggiornamenti, per scoprire che il raggiungimento di una qualificazione intellettuale non garantisce necessariamente autonomia economica e stabilità personale. Il rapporto OCSE pubblicato il 29 settembre 2026 conferma che le retribuzioni degli insegnanti italiani della scuola secondaria di primo grado risultano mediamente inferiori del 33% rispetto a quelle degli altri lavoratori con istruzione terziaria, mentre per i docenti della scuola dell'infanzia la distanza raggiunge il 36%. Un divario che assume conseguenze particolarmente pesanti per chi deve sostenere il costo di una vita lontano dalla propria residenza.
Il fenomeno richiama le grandi migrazioni interne del secondo dopoguerra, quando migliaia di operai lasciavano il Mezzogiorno per raggiungere le fabbriche settentrionali alla ricerca di un salario. Oggi quella stessa valigia accompagna molti insegnanti costretti a spostarsi per ottenere una cattedra. Sono cambiati i titoli di studio e la natura del lavoro, ma resta la necessità di partire per assicurarsi un reddito spesso ridimensionato da affitti, trasporti e spese di permanenza. La differenza più amara è che, per molti docenti, nemmeno il superamento di un concorso e l'immissione in ruolo segnano la fine di questa condizione.
Nella scuola italiana esiste infatti una precarietà che sopravvive al precariato: quella di chi possiede un contratto a tempo indeterminato ma continua a vivere da lavoratore provvisorio, lontano dalla famiglia e senza sapere quando potrà ricongiungersi ai propri affetti. Le disposizioni sulla mobilità territoriale, i vincoli di permanenza e la disponibilità dei posti possono prolungare per anni separazioni che incidono sulla quotidianità di coniugi, genitori e figli. La stabilità giuridica dell'impiego rischia così di convivere con una profonda instabilità della vita privata, mentre il mantenimento di due abitazioni può assorbire una parte considerevole dello stipendio.
Questa realtà pone una questione educativa che non può essere elusa. Quale idea del futuro trasmettiamo ai giovani quando chiediamo loro di studiare, qualificarsi, costruire una famiglia e perseguire l'autonomia personale, mentre gli insegnanti che li accompagnano in questo percorso faticano a raggiungere proprio quegli obiettivi? Gli studenti osservano anche ciò che accade fuori dalle lezioni: possono cogliere la stanchezza di un docente che percorre centinaia di chilometri per rivedere i propri figli, l'incertezza di chi attende annualmente l'esito della mobilità, il peso di una professione che richiede dedizione senza assicurare condizioni materiali proporzionate.
Non si tratta di mettere in discussione l'autorevolezza degli insegnanti, che non dipende dal reddito o dalle difficoltà familiari, ma la credibilità di un sistema che affida loro il compito di preparare le nuove generazioni alla vita adulta senza offrire a una parte significativa della categoria prospettive adeguate. Il quadro contrattuale del 2026 rende questa contraddizione ancora più evidente. Le intese economiche intervenute nel comparto Istruzione e Ricerca e nell'area dirigenziale confermano l'esistenza di percorsi retributivi distinti, senza risolvere il problema del divario tra gli stipendi della docenza e quelli delle altre professionalità qualificate. Gli incrementi contrattuali, pur necessari, non possono essere considerati una risposta sufficiente quando le rilevazioni internazionali continuano a documentare una penalizzazione salariale tanto significativa.
Il decreto legislativo n. 165 del 2001, la contrattazione collettiva del comparto Istruzione e Ricerca e la disciplina della mobilità definiscono le condizioni giuridiche ed economiche del personale, ma il loro assetto applicativo non può sottrarsi a una valutazione delle conseguenze sociali prodotte. Occorre intervenire sui livelli salariali, sui vincoli che ostacolano i ricongiungimenti familiari e sulle condizioni economiche del personale fuori sede, evitando che la necessità di garantire la continuità del servizio si traduca in un sacrificio personale protratto senza prospettive certe.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani considera ormai inaccettabile che la precarietà economica e familiare degli insegnanti venga trattata come una conseguenza inevitabile delle esigenze organizzative del sistema scolastico. Non si può continuare a chiedere pazienza a professionisti che hanno già investito anni nella formazione, superato concorsi, accettato trasferimenti e sopportato separazioni familiari senza ottenere, in molti casi, una retribuzione adeguata e una concreta prospettiva di ricongiungimento. Ancora più grave è che questa condizione venga spesso perpetuata anche dopo l'immissione in ruolo, trasformando la stabilità contrattuale in una garanzia puramente formale, incapace di assicurare una vita realmente stabile.
Il CNDDU chiede al ministro prof. Giuseppe Valditara e alle organizzazioni sindacali di assumere impegni precisi, attraverso un piano straordinario di rivalutazione economica della docenza, finanziato con risorse strutturali e finalizzato a ridurre progressivamente il divario con le altre professioni qualificate. Contestualmente, ritiene indispensabile una revisione della disciplina della mobilità che consenta un maggiore utilizzo dei posti effettivamente disponibili per i trasferimenti interprovinciali, superi i vincoli ingiustificatamente penalizzanti e attribuisca un peso concreto alle situazioni familiari, alla presenza di figli minori e agli anni trascorsi lontano dalla residenza. A tali interventi devono affiancarsi misure economiche specifiche per il personale fuori sede, affinché il costo dell'alloggio e dei trasferimenti non continui a consumare una parte sproporzionata dello stipendio.
Non sono più sufficienti dichiarazioni sulla centralità degli insegnanti, rinnovi contrattuali presentati come conquiste definitive o generici richiami alla continuità didattica per giustificare immobilità territoriali che si protraggono per anni. La continuità dell'insegnamento non può essere garantita imponendo una discontinuità permanente nella vita delle persone. È necessario conoscere quanti docenti vivano stabilmente lontano dai propri nuclei familiari, quanto incidano le spese della doppia residenza sulle loro retribuzioni e quali ostacoli impediscano concretamente il rientro. Senza questa ricognizione e senza obiettivi misurabili, ogni promessa di valorizzazione rischia di rimanere un esercizio retorico.
La questione investe direttamente il rapporto tra scuola e nuove generazioni. Quale fiducia nel valore dello studio possiamo pretendere dai ragazzi se proprio chi ha dedicato la propria vita alla conoscenza viene costretto a misurare ogni mese la distanza tra il proprio stipendio e le spese indispensabili? Quale idea di famiglia e di futuro può trasmettere un sistema che considera normale tenere un genitore lontano dai figli per anni, subordinando la possibilità di ricongiungimento a meccanismi amministrativi che spesso non offrono prospettive concrete? Non è l'insegnante a perdere credibilità per le proprie difficoltà economiche: è l'organizzazione che lo impiega a dover rispondere della contraddizione tra il valore attribuito alla sua funzione e le condizioni materiali in cui gli viene chiesto di esercitarla.
Il Coordinamento ritiene che sia giunto il momento di interrompere questa forma silenziosa di impoverimento professionale e personale. La scuola italiana non può continuare a funzionare grazie alla disponibilità di una categoria alla quale si chiede sistematicamente di sacrificare reddito, stabilità abitativa e relazioni familiari. Il Ministero e le parti contrattuali devono indicare risorse, strumenti normativi e tempi di intervento, assumendosi la responsabilità di risultati concreti. Il CNDDU continuerà a denunciare tali criticità e a sollecitare iniziative istituzionali affinché le condizioni economiche e la mobilità degli insegnanti cessino di essere questioni rinviabili.
Se nel secolo scorso migliaia di operai lasciavano il Sud per conquistare un salario e una prospettiva di emancipazione, oggi non possiamo accettare che una nuova generazione di laureati debba percorrere le stesse strade per scoprire che nemmeno una cattedra e un contratto a tempo indeterminato bastano a garantire autonomia economica e unità familiare. È una regressione sociale che non può essere mascherata dietro il linguaggio della vocazione e dello spirito di servizio.
La domanda che rivolgiamo alle istituzioni è dunque semplice: fino a quando gli insegnanti dovranno pagare personalmente il prezzo delle inefficienze e degli squilibri del sistema scolastico? Perché un Paese che non riesce a garantire un presente dignitoso a chi insegna non può pretendere che siano proprio gli insegnanti, lasciati soli nelle loro difficoltà, a convincere i giovani della solidità del futuro che li attende.
prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU |
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