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Quella sera di dicembre: dopo 7 anni una prima sentenza per la morte di Giovanna

10/09/2026



Ricordo molto bene quella sera.
Poco prima delle 21.00 arrivò una telefonata. La scritta che illuminava lo schermo del cellulare era uno di quei nomi che, sai, se ti chiamano in certi orari è perchè è accaduto qualcosa: un amico-collega che, all'epoca, lavorava anche in Rai.
«A Lauria è crollata una palestra a causa del maltempo- disse- era aperta, dentro c'erano persone. Non si sa altro». Senza mettere troppo tempo in mezzo prendemmo telecamere e portatile e partimmo per Lauria, con una breve sosta a Francavilla in Sinni dove avremmo incrociato l'amico-collega per ripartire insieme.
«Porto la telecamera con me- pensai- se c'è maltempo dovremo sicuramente riprendere qualcosa lungo la strada». Ma non incrociammo nessuna immagine da riprendere, fogliame sull'asfalto a parte.
Arrivammo a Lauria prima delle 22.00. Scendemmo, chiedendo alle forze dell'ordine di accompagnarci verso la palestra, sulla destra, dopo una leggera salita. L'area era delimitata ma più avanti di noi riuscì a penetrare lo zoom della telecamera. L'unica immagine che tradiva ancora un elemento di festosa normalità era quella di un tavolino bianco, all'ingresso della palestra, sul quale era stata collocata una decorazione natalizia: un albero in miniatura e, accanto, una chiesa; una di quelle da villaggio di babbo natale, tutta bianca e slanciata verso il cielo. Era rimasta intatta. Dopotutto mancavano appena 12 giorni a Natale, da quella sera di Santa Lucia del 2019.

«Ma come diamine è crollata la palestra?» chiesi a un carabiniere. Non capivo. Non ancora.
Indugiammo qualche altro minuto in quel luogo. Poi qualcuno, non ricordo chi, ci disse di andare verso il palazzetto dello sport. Tornammo indietro Non percorremmo tanta strada, qualche decina di metri e dopo due o tre strutture arrivammo davanti al Pala Alberti. Un'opera imponente, non bellissima ma, rispetto alle altre costruzioni vicine, ingombrante. Del resto era un'opera pubblica destinata a ospitare centinaia di persone per eventi sportivi e non solo. Credo sia stata inserita anche tra le strutture per ospitare gli sfollati durante un'eventuale emergenza.
Era intatto. Non c'erano macerie. Continuavo a non capire. Chiesi a un vigile del fuoco di potermi avvicinare. Mi raccomandò cautela e, comunque, di non oltrepassare la soglia dell'ingresso laterale. Mi affacciai: il terreno di gioco era pulito, lucidissimo. Anche lì non vedevo macerie. Era crollato anche il palazzetto? E dove erano i detriti? La pavimentazione era lucida perchè era bagnata e, nonostante le luci fossero spente, era lievemente illuminata. Alzai lo sguardo. Vidi il cielo. Un taglio che mi apparve subito chirurgico, preciso, aveva scoperchiato parte della copertura, ma non tutta. Come se una mano, dall'alto, avesse aperto la struttura come si apre una scatola o un barattolo togliendo un coperchio.
Parte del tetto era volato via, per una cinquantina di metri, e dopo quel volo era atterrato violentemente sulla palestra.
«Ma perchè?» chiedevo.
In quei minuti cominciò a circolare l'ipotesi di una tromba d'aria. Un fenomeno straordinario, talmente forte e soprattutto localizzato, che si era evidentemente concentrato su quell'edificio e aveva strappato il tetto come si strappa un foglio. Che cosa, se non una tromba d'aria, avrebbe causato lo scoperchiamento di parte del pesante tetto di un edificio così grande, un'opera pubblica destinata a ospitare centinaia di persone per eventi sportivi e non solo e inserita anche tra le strutture per ospitare gli sfollati durante un'eventuale emergenza? Che cosa?

Sotto le macerie della palestra, in mezzo a 11 feriti, c'era anche una giovane donna. Aveva ventotto anni. Giovanna Pastoressa. Dopo la laurea in psicologia aveva un sogno: tornare nella sua terra, dalla sua famiglia, dai suoi amici. Lo fece ma il suo non fu un ritorno passivo, di chi spera di trovare una strada da percorrere. Quella strada contribuì a costruirla, con un centro d'ascolto che, attraverso il suo lavoro da psicologa e quello di altri colleghi avrebbe aiutato gli altri. Sorrideva, Giovanna: nelle foto incorniciate della casa dei suoi genitori, nell'album che la sorella Lucia avrebbe poi realizzato dopo quel tragico dicembre 2019, negli scatti del suo profilo social, nelle immagini appese nel suo studio, accanto al piccolo albero di Natale che lei stessa aveva decorato l'otto dicembre, nei video conservati nei cellulari dei suoi amici mentre si allenava con le cuffie nelle orecchie. L'ultima corsa di Giovanna fu sul tapis roulant nella palestra nella quale era solita andare. E vi andò anche la sera del 13 dicembre 2019. Era lì, immaginiamo e speriamo, in un momento spensierato, mentre i pensieri volano liberi tra la fatica di una corsa e la musica nelle orecchie. Poi, all'improvviso, l'inferno.
La trave volante del palazzetto crolla sulla palestra; si accende il buio; la vetrata del centro sportivo investe Giovanna che, di spalle, è ancora sul tapis roulant. E' un attimo.
I soccorritori la troveranno priva di sensi.
Giovanna volerà via pochi giorni dopo, al San Carlo di Potenza, anche questa volta pensando agli altri con la donazione degli organi.

Maledetta tromba d'aria! Quante volte è stata protagonista e unica responsabile della narrazione di questa storia! Ma la realtà è un'altra. Mi è venuta in mente una storiella, circolata dopo il terribile terremoto del 1980. Una casa crolla improvvisamente e in tribunale vengono chiamati a rispondere i tre principali materiali da costruzione: la sabbia, il cemento e il ferro. La sabbia si difende sostenendo che la colpa sia del cemento, accusandolo di non aver legato bene i materiali. Il cemento, a sua volta, respinge ogni responsabilità e dà la colpa al ferro, dicendo che non avrebbe retto la struttura. Quando arriva il turno del ferro, però, la sua risposta sorprende tutti: «vuoi vedere che, ora, danno la colpa a me che non c'ero nemmeno!??».
Ho conosciuto i genitori di Giovanna, Domenico e Maria Cristina, alla vigilia dell'inizio del processo nel 2024. Gli imputati erano 9: tutti colori i quali erano entrati nelle dinamiche tecniche e amministrative della realizzazione del palazzetto dello sport. La famiglia Pastoressa è stata seguita dagli avvocati Raffaele Melfi e Antonio Donadio. Le perizie sull'edificio e il calcolo dei venti documentati dall'accusa diedero alla narrazione un'altra direzione e su questo si basò il processo: la struttura in legno lamellare posta a copertura del Palazzetto dello Sport non era, però, dotata ovunque delle forcelle in ferro che avrebbe consentito al tetto di rimanere saldato al resto dell'edificio. Quella sera, la trave del Pala Alberti subì un improvviso sollevamento, ruotando di circa 70 gradi prima di staccarsi completamente dalla struttura e precipitare sulla palestra poche decine di metri dopo. Secondo l’accusa l’incidente fu determinato da gravi carenze strutturali: nei pilastri mancavano i necessari elementi di rinforzo, indispensabili per mantenere salda la trave del tetto. L’assenza di questi supporti comprometteva la stabilità dell’intera copertura, causando il crollo che provocò il tragico incidente.
Per l'accusa non fu la natura ''bizzarra'', fu la mano dell'uomo ''qualificato''.

La sentenza di primo grado letta dalla giudice Giusy Viterale ha riconosciuto la responsabilità di 4 persone: il progettista e direttore dei lavori, il collaudatore dell’opera e il titolare dell’impresa aggiudicataria dei lavori a tre anni di reclusione, mentre l’ex amministratore dell’impresa subappaltatrice è stato condannato a due anni e sette mesi. Per tutti è stato inoltre disposto il risarcimento dei danni alle parti civili.Sono stati invece assolti i responsabili del procedimento, il progettista della copertura, il legale rappresentante della società incaricata della messa in opera e il progettista di fatto dell’opera, perché non hanno commesso il fatto. Il collaudatore, pur essendo stato condannato per i reati contestati, è stato inoltre assolto dalla specifica accusa di falso ideologico perché il fatto non costituisce reato. Particolarmente significativo è che il Tribunale abbia dichiarato falso il certificato di collaudo finale dell’opera, disponendone la cancellazione una volta che la sentenza sarà passata in giudicato. Ciò significa che il giudice ha accertato la falsità del documento e ne ha ordinato formalmente la rimozione, indipendentemente dalle diverse posizioni e responsabilità riconosciute ai singoli imputati.

Mamma Maria Cristina porta la sua Giovanna, oltre che nel cuore, anche sul petto. Anche nella sua medaglietta a colori Giovanna sorride. Con papà Domenico hanno seguito ogni passo, ogni udienza e hanno ascoltato ogni parola anche quelle affilate come lame che penetravano la carne, come le difese dei legali degli imputati o le testimonianze di chi arrivò, quella sera, e caricò Giovanna sull'ambulanza. «Scusate- aveva detto una dottoressa, in udienza, subito dopo la sua testimonianza- non volevo ferirvi, non avrei voluto che ascoltaste quel racconto». Cristina le aveva stretto le mani e aveva accennato un sorriso, accarezzandole il viso e ringraziandola per quella sua attenzione. In udienza è stata sempre presente anche Libera, con Anna Aversa. In silenzio, in ascolto. La sorella di Giovanna, Lucia, l'ho incrociata nel corso dell'ultima udienza. E' bella, ha gli occhi trasparenti e sinceri, poche parole forse anestetizzate dall'ansia e dalle mille emozioni che anticipano una sentenza e una determinazione che si percepisce subito. Poche ore dopo la sentenza ha scritto «Finalmente oggi è stata fatta chiarezza su tutto ciò che è andato storto nella realizzazione di quel maledetto palazzetto. Nonostante tutto fino all’ultimo c’è stato qualcuno che ha cercato ancora una volta di dare la colpa al vento. No. Non è stato il vento.È stato l’errore di aver peccato di presunzione affidando a persone incompetenti la costruzione di una struttura pubblica. Consapevoli che ancora non finisce qui. Continueremo a farti giustizia, Giovanna».

Domenico mi chiede di evidenziare un ringraziamento, lo faccio qui: «la nostra famiglia vuole ringraziare pubblicamente i nostri avvocati Melfi e Donadio per il lavoro incessante e certosino che hanno fatto ed anche per il sostegno morale che ci hanno offerto in questi anni».

Per una manciata di ferro (anche in questo caso non c'era come nella storia del terremoto) è stata spezzata la vita di una giovane donna. Un'opera pubblica, se possiamo interpretare la condanna in primo grado ma poi leggeremo meglio le motivazioni una volta depositate, è stata realizzata attraverso un sistema che evidentemente non ha tenuto conto di tutti i particolari, anche minuscoli, in grado di scongiurare quello che poi è avvenuto. Quante volte in Italia? Quante volte per strutture pubbliche? Scuole elementari che collassano; case che ospitano studenti che vengono giù come castelli di carte; ponti degradati che crollano in un giorno d'agosto.
Le case sono fatte per essere abitate. Le strade esistono in virtù di chi le dovrà percorrere. Le strutture pubbliche hanno ragione d'essere se le persone le abitano senza correre pericoli. La vita deve essere sempre il primo e l'ultimo pensiero.
E il vento?
Il vento della giustizia soffia forte.

Mariapaola Vergallito 




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