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Terranova di Pollino e il 2 giugno: ottant'anni fa una scelta controcorrente

2/06/2026



Giugno 1946. L’Italia è un Paese sospeso, un corpo ferito che tenta di rimettersi in piedi tra le macerie ancora calde della guerra e le cicatrici profonde lasciate dal fascismo. Si respira un’aria densa, sospinta dal vento di una storia nuova che bussa alle porte. Il 2 giugno, quasi venticinque milioni di italiani si mettono in fila davanti ai seggi. Devono compiere una scelta radicale, a cui è ancorato il futuro del Paese: affidarsi alla continuità della Corona o abbandonarsi alle speranze della Repubblica? Nel Mezzogiorno profondo, il legame con la Monarchia appare ancora solido e difficile da scalfire. La Basilicata guarda a Roma sperando prevalentemente nella permanenza del Re, una fedeltà che alla fine si tradurrà in un netto 59,39% di voti a favore della Monarchia. C’è però una significativa eccezione: il piccolo borgo di Terranova di Pollino, appena millecinquecento anime, si prepara a diventare un’enclave, un’isola repubblicana nel cuore di un Mezzogiorno a maggioranza monarchico. In un territorio frammentato in frazioni spesso anche difficili da raggiungere, l’affluenza è il primo dato significativo: su 1.444 aventi diritto, ben 1.217 persone si presentano alle urne. Un importante 84,28% che racconta, meglio di qualsiasi saggio storico, la fame di libertà e la voglia di contare, di essere finalmente padroni del proprio domani. Non è solo una consultazione elettorale: è il segnale forte di una cittadinanza che per molti anni si è sentita ai margini della Storia.


Quando lo spoglio ha inizio, il silenzio nella sala è rotto solo dal fruscio delle schede. E voto dopo voto, il miracolo politico si compie. Dalle 1.058 schede valide emerge un verdetto schiacciante, che sa di rivoluzione silenziosa: la Repubblica vince con 891 voti, pari al 84,22%. È un plebiscito: una delle percentuali più alte espresse per la Repubblica nel Mezzogiorno. La Monarchia ottiene solo 167 preferenze (il 15,78%) [Dati Eligendo]. Come è possibile che un piccolo, appartato, paese di montagna avesse ribaltato con tanta foga il sentimento prevalente del Meridione? Le ragioni di quel risultato eccezionale non stanno nell’improvvisazione di un giorno, ma hanno radici profonde, che affondano nelle settimane difficili seguite alla Liberazione. Infatti, pochi mesi prima del referendum, nel settembre del 1945, dopo la caduta del regime e la fine dell’era dei podestà, il Comune rimane temporaneamente senza guida a causa delle dimissioni per motivi di salute del commissario Giuseppe Centola, giunto da Noepoli. In quel vuoto di potere, la comunità di Terranova non aspetta che le decisioni calino dall’alto. C’è un sussulto, un moto d’orgoglio plebiscitario.


La gente vuole che a guidare il paese sia uno di loro, un uomo in grado di incarnare lo spirito del riscatto. Gli sguardi si rivolgono verso Antonio Castellano. Settant’anni, socialista e di convinta fede repubblicana, Castellano è uomo stimato per la sua rettitudine morale e la sua saggezza. I pochi che conservano ancora memoria di quei giorni raccontano di un’intera comunità che si reca a casa dell’anziano Castellano per condurlo, a furor di popolo, presso la sede del municipio: una vera e propria acclamazione, di cui il Prefetto prende atto, decidendo di ratificare la nomina. Il 15 settembre 1945, Castellano si insedia nel municipio e nomina la sua giunta provvisoria.


È in quei mesi, appena precedenti la consultazione referendaria, che i contadini, gli artigiani e le donne di Terranova imparano a respirare la politica della partecipazione, guidati dall’esempio del loro amato sindaco. È difficile non cogliere un possibile legame tra il clima politico che aveva indotto la popolazione ad “acclamare” Castellano e il risultato referendario del 1946. I terranovesi avevano metabolizzato a pieno l’idea che la Repubblica non era un'astratta formula giuridica, ma la dignità del popolo che si faceva Stato. Antonio Castellano – confermato sindaco, con ampio consenso, nelle prime elezioni amministrative dell’età repubblicana, il 20 ottobre 1946 – si è spento nel 1957, ma il suo paese non ha mai dimenticato il debito di gratitudine nei suoi confronti. All’alba del nuovo millennio, nel 2000, l’amministrazione comunale guidata dal sindaco dell’epoca, il Professor Pasquale Tufaro — attento custode della storia locale e autore del volume “Terranova nel ‘900” —, ha voluto imprimere per sempre il nome del sindaco “acclamato” nella toponomastica del borgo, dedicandogli una strada. Un modo per restituire l’abbraccio di un’intera comunità a quel settantenne coraggioso che l’aveva guidata verso l’alba della speranza. Oggi, a ottant’anni di distanza, la vicenda di Terranova di Pollino rappresenta molto più di una curiosità statistica. È la testimonianza di una comunità che, quando la storia ha bussato alla sua porta, ha saputo scegliere con coraggio la strada del cambiamento. In un Sud tendenzialmente monarchico, il piccolo borgo del Pollino ha indicato una direzione diversa, facendo della Repubblica non soltanto una preferenza elettorale, ma una vera scelta d’identità.


 


Mario Golia


[Nella foto: il sindaco Antonio Castellano. Archivio M. Golia]




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