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La voce della Politica
| Araneo e Verri (M5S): «Pistole e veli: la destra pensa a tutto, tranne che ai problemi reali dei lucani» |
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3/10/2026 | Il 4 di Ottobre, in un poligono di Tolve, Futuro Nazionale riunirà i suoi aderenti per una lezione sull’uso della pistola, una sessione di tiro e una gara finale che porta il nome del partito, il “Trofeo dei Futuristi”. Il comunicato di presentazione parla di disciplina, sicurezza e responsabilità, e il responsabile regionale assicura di non voler trasformare un tema serio in folklore.
Abbiamo letto quelle parole con attenzione e non ci hanno tranquillizzato, perché il problema sta proprio in ciò che danno per scontato.
Imparare a maneggiare un’arma in sicurezza è un’attività lecita, che in Italia ha le sue sedi, i suoi istruttori e le sue federazioni sportive.
Cambia tutto quando a organizzarla è un partito politico, con il proprio simbolo e il proprio nome sul premio finale. A quel punto la pistola entra nell’identità di una forza politica e diventa qualcosa che i militanti condividono, come si condivide un programma. I costituenti avevano visto da vicino che cosa accade quando partiti e armi si confondono, e all’articolo 18 hanno scritto che sono proibite le associazioni che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. Nessuno sostiene che una mattinata al poligono ricada in quella norma. La norma però esprime un principio che va oltre il suo perimetro: in una democrazia la forza armata appartiene allo Stato, e i partiti concorrono alla vita del Paese con il metodo democratico, come chiede l’articolo 49. Un partito che addestra i suoi iscritti al tiro sceglie di avvicinarsi a un confine che la Repubblica ha voluto tenere ben visibile.
La giornata di Tolve è dedicata all’arma corta, cioè la pistola, lo strumento che si associa alla difesa personale. Al di là delle intenzioni dichiarate, il messaggio che passa è che la sicurezza sia qualcosa da garantirsi ciascuno per conto proprio. L’ordinamento italiano dice l’opposto. La Corte costituzionale lo ha ribadito quest’anno, con la sentenza n. 33 del 2026: il porto d’armi non è un diritto assoluto ma un’eccezione a un divieto generale, perché le armi mettono in gioco la vita umana e l’incolumità pubblica, beni che lo Stato ha il dovere di tutelare. Una cultura politica che presenta la familiarità con la pistola come una virtù civile rovescia questo rapporto.
Poi c’è il nome. Vannacci chiama “futuristi” i suoi deputati, e adesso il futurismo dà il titolo a una giornata di tiro. Il Manifesto del Futurismo, nel 1909, scriveva: «Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». Dieci anni dopo Marinetti era in piazza San Sepolcro, tra i fondatori dei Fasci di combattimento. Si può concedere che chi ha scelto quel nome non ne abbia misurato tutta la storia, ma chi fa politica risponde anche dei simboli che adopera. E questo simbolo mette insieme, nella stessa frase, le armi e il disprezzo per le donne.
È un accostamento che pesa, perché in questi stessi giorni la destra si presenta in Basilicata come garante della libertà femminile. Il primo ottobre Fratelli d’Italia ha aperto a Potenza e a Matera la campagna nazionale “Nessuna resti nascosta”, con la raccolta di firme per vietare il velo integrale in tutti i luoghi pubblici. I matrimoni forzati sono già un reato, punito dall’articolo 558-bis del codice penale introdotto con il Codice rosso, e la legge n. 152 del 1975 già vieta di rendersi irriconoscibili in luogo pubblico senza giustificato motivo. Un divieto di indossare il velo colpisce, per sua natura, chi lo indossa: le donne più controllate dalle loro famiglie rischiano di uscire ancora meno, di rinunciare al medico, ai servizi, alla scuola dei figli. L’articolo 19 della Costituzione riconosce a tutti il diritto di professare la propria fede in qualsiasi forma, e l’emancipazione di una donna non passa da una sanzione per come si veste.
Messe una accanto all’altra, le due iniziative descrivono la stessa idea di comunità: un “noi” che si riconosce nella pistola e un “loro” da individuare dal modo di vestire. La sicurezza ridotta a forza, la libertà delle donne usata come argomento contro qualcun altro. Gli articoli 2 e 3 della Costituzione fondano la Repubblica sui diritti inviolabili della persona e sulla pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di religione, di opinioni politiche. Noi partiamo da lì.
Una domanda, invece, la rivolgiamo alla maggioranza che governa la Regione. Pochi giorni fa Vannacci ha dichiarato che il suo partito è indispensabile al centrodestra per vincere. Il centrodestra lucano condivide l’idea che un partito porti i propri iscritti a sparare?
Resta una cosa che chiunque viva in questa regione può vedere da solo. In pochi giorni la destra lucana ha trovato il tempo per un trofeo di tiro e per i gazebo contro il velo integrale, due questioni che nessuna famiglia lucana ci ha mai posto. Nel frattempo la maggioranza che governa la Regione, di cui Fratelli d’Italia fa parte, ha introdotto un ticket di 2,50 euro a ricetta sui farmaci, continua a vedere migliaia di persone costrette a curarsi fuori regione, non ha una risposta per i lavoratori dell’indotto di Melfi, mentre i nostri paesi si svuotano anno dopo anno. Su tutto questo non abbiamo visto gazebo. Pensano a tutto, tranne che ai problemi reali delle lucane e dei lucani. Le donne lucane che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza non hanno bisogno di qualcuno che spieghi loro come vestirsi, e nemmeno di più pistole intorno a sé. Hanno bisogno di servizi che funzionino e di una politica che le tratti da cittadine.
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