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La voce della Politica
| CPR, Libera Basilicata: “Giù le mani dall’autonomia dei medici'' |
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18/09/2026 | Libera Basilicata esprime profondo sconcerto per quanto sta accadendo a seguito dell’inchiesta della Procura di Ravenna sulle certificazioni mediche relative alla permanenza nei Centri per il rimpatrio. A destare allarme è anche il clima di criminalizzazione preventiva che si sta costruendo intorno alle persone coinvolte e, più in generale, nei confronti di medici chiamati a esercitare con autonomia, scienza e coscienza il proprio dovere professionale. Non possiamo accettare che un’inchiesta ancora in corso diventi il terreno per anticipare giudizi, delegittimare o mettere sotto accusa chi tutela la salute e la dignità delle persone trattenute nei CPR, o destinate ad esserlo
Esprimiamola nostra piena solidarietà e vicinanza a Nicola Cocco, nostro conterraneo, medico da anni impegnato nella tutela delle persone più fragili, e, insieme a lui, a tutte le mediche e a tutti i medici coinvolti in questa vicenda. A loro va il nostro sostegno umano e civile di fronte a una rappresentazione pubblica che rischia di trasformare l’esercizio responsabile della professione e la fedeltà ai suoi doveri deontologici in motivo di sospetto e delegittimazione.
Importante il richiamo della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) sulla necessità di mantenere distinti il ruolo del medico e le responsabilità delle istituzioni preposte alla sicurezza pubblica. Mettere in discussione la libertà del giudizio clinico o pretendere che esso sia funzionale alle politiche di sicurezza significa alterare profondamente la funzione della professione medica. Non si può chiedere al medico di valutare in piena autonomia le condizioni di salute e di vulnerabilità di una persona e, nello stesso tempo, guardare con sospetto a quella valutazione quando il suo esito incide sulla possibilità di trattenerla o trasferirla in un CPR. Se l’autonomia del giudizio clinico è una garanzia, deve esserlo anche quando le conclusioni del medico non coincidono con le esigenze di un procedimento amministrativo.
C’è poi una domanda che non può essere elusa. Se si indaga sulle certificazioni che attestano l’inidoneità alla permanenza o al trasferimento nei CPR, perché la stessa attenzione non viene rivolta alle certificazioni di idoneità rilasciate nonostante patologie gravi, profonde sofferenze psichiche, vulnerabilità evidenti o condizioni di salute difficilmente compatibili con il trattenimento? Non bastano le morti, i suicidi, le gravi e documentate condizioni fisiche e di salute, spesso irreversibili, di molte persone transitate per i CPR, a destare quantomeno un campanello di allarme? Perché il sospetto sembra sorgere soltanto quando la valutazione medica impedisce l’ingresso o la permanenza in un CPR e non quando, al contrario, li rende possibili? Anche certificare l’idoneità è un atto medico carico di responsabilità e può produrre conseguenze gravissime sulla salute e sulla vita di una persona. Se si pretende rigore, il rigore deve valere in entrambe le direzioni. Non possono esistere certificazioni considerate credibili soltanto perché funzionali al trattenimento e certificazioni guardate con sospetto perché riconoscono una condizione di incompatibilità. La tutela della salute non può dipendere dall’esito amministrativamente più conveniente. La tutela della salute, infatti, non si esaurisce nella cura di una patologia già insorta, ma comprende la prevenzione: il dovere di riconoscere ed evitare condizioni capaci di produrre malattia, aggravare fragilità preesistenti o generare nuova sofferenza.
I CPR non sono luoghi neutrali. La privazione della libertà, l’isolamento, l’incertezza e la perdita di autonomia producono sofferenza, aggravano le fragilità e possono compromettere profondamente, spesso in maniera irreversibile, la salute fisica e psichica delle persone trattenute, soprattutto di quelle già vulnerabili. Quando un medico riconosce il carattere patogeno di un simile contesto, non può essere chiamato a chiudere gli occhi sulle sue conseguenze. Agire secondo scienza e coscienza significa anche prevenire il danno, segnalarne il rischio e opporsi a condizioni incompatibili con la salute e la dignità umana.
Difendere l’autonomia del giudizio medico non significa chiedere zone franche né sottrarre qualcuno alle proprie responsabilità. Significa, però, rifiutare che tutta l’attenzione venga scaricata sui medici, mentre restano nell’ombra le precise responsabilità politiche e istituzionali di chi continua a volere, finanziare e rafforzare il sistema della detenzione amministrativa. La disumanità dei CPR non è un incidente occasionale, ma la conseguenza di un sistema consapevolmente e colpevolmente mantenuto in vita. È inaccettabile criminalizzare i medici che ne denunciano i danni e, nello stesso tempo, assolvere politicamente chi crea e perpetua le condizioni che quei danni producono.
Respingiamo, dunque, ogni forma di criminalizzazione preventiva e ogni pressione politica o mediatica che possa interferire con il libero e responsabile esercizio della professione medica. La persona trattenuta in un CPR, qualunque sia la sua provenienza o condizione amministrativa, resta titolare di diritti fondamentali, a partire dal diritto alla salute e al rispetto della propria dignità. Il medico chiamato a valutarne le condizioni deve poter rispondere alla legge, alla propria responsabilità professionale e ai doveri deontologici, senza che il suo giudizio venga piegato a finalità estranee alla cura e alla prevenzione.
I CPR sono luoghi di sofferenza e disumanità: non vanno resi più efficienti né umanizzati a parole, ma definitivamente superati. Difendere la salute, la libertà e la dignità delle persone destinate ai CPR o già trattenute significa difendere la democrazia di tutti.
Per questo continueremo ad essere sempre dalla parte di chi si impegna a difendere i diritti fondamentali e dei medici attenti non solo alla cura ma anche alla prevenzione e ad opporci ai Lager di Stato.
Coordinamento regionale Libera Basilicata |
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