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''La Basilicata verso una nuova stagione petrolifera?''

15/09/2026

Legambiente: “Il decreto-legge 157/2026 è un atto di forza contro le Regioni e un'illusione energetica. Il futuro della Basilicata è oltre il petrolio”
Il decreto-legge 157/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 10 settembre e già in vigore, rappresenta un grave arretramento per la democrazia ambientale e una scommessa illusoria sulla sicurezza energetica del Paese. Legambiente Basilicata esprime forte critica sulle modalità e sui contenuti dell'articolo 2 del provvedimento, che prevede la nomina di un commissario ad acta in caso di inerzia delle Regioni nei procedimenti autorizzativi per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.

La norma stabilisce che, qualora la Regione interessata non si esprima sull'intesa entro 45 giorni, il Presidente del Consiglio assegni ulteriori 60 giorni (ridotti a 30 nel procedimento unico) per provvedere; spirato inutilmente anche questo termine, il Governo nomina un commissario ad acta per rendere l'intesa al posto della Regione. Si tratta di un meccanismo che calpesta le competenze regionali e riduce gli spazi di partecipazione democratica sui territori.

«Il decreto 157/2026», sostiene Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata, «è l'ennesimo tentativo di aggirare il ruolo delle Regioni e delle comunità locali su scelte che riguardano il futuro energetico del Paese. Non si risolvono i problemi di approvvigionamento con atti di forza, ma con una seria politica di efficienza e rinnovabili».

La narrazione che accompagna questo decreto vorrebbe far credere che le riserve nazionali di gas e petrolio possano risolvere i problemi di approvvigionamento energetico. I dati raccontano una realtà molto diversa.

Secondo l'ISPRA, al 30 novembre 2024 le riserve certe di gas in Italia ammontano a 41,8 miliardi di metri cubi standard, mentre quelle di olio recuperabili con certezza sono stimate in 84,6 milioni di tonnellate. Numeri che, rapportati al fabbisogno nazionale, sono assolutamente marginali: l'Italia consuma ogni anno circa 63 miliardi di metri cubi di gas, a fronte di una produzione nazionale che si attesta intorno ai 3,5 miliardi. In altre parole, le riserve certe di gas coprirebbero a malapena otto mesi di fabbisogno nazionale. Le riserve di petrolio, invece, possono coprire non più di 1 anno e mezzo se si volessero ipoteticamente sfruttare solo le riserve nazionali.

La Basilicata, prima regione italiana per estrazione di petrolio, produce circa 24 milioni di barili all'anno (3,3 milioni di tonnellate) tra i pozzi della Val d'Agri e Tempa Rossa, una quantità che rappresenta circa l'85% della produzione nazionale di greggio e circa il 6% del fabbisogno nazionale di petrolio. Eppure, nonostante il contributo dominante della Basilicata, l'intera produzione nazionale copre appena il 7-8% del fabbisogno di petrolio: una quota irrisoria che, anche con investimenti ingenti, potrebbe al massimo salire al 14-15%, il che dimostra come le trivellazioni non possano in alcun modo garantire l'indipendenza energetica del Paese.

«I numeri sono chiari: le riserve italiane di idrocarburi sono irrisorie rispetto al fabbisogno e non potranno mai garantire l'indipendenza energetica del Paese», dichiara Lanorte. «Invocare le trivellazioni come soluzione ai problemi di approvvigionamento è una propaganda che non regge al confronto con la realtà. E in Basilicata lo sappiamo bene: dopo quasi trent'anni di estrazioni intensive, la produzione è in declino e i pozzi si avviano all'esaurimento».

La soluzione ai problemi di indipendenza energetica e al caro bollette non passa dalle trivelle, ma da una decisa accelerazione sulle fonti rinnovabili, sulle reti intelligenti, sugli accumuli e sugli interventi di efficienza energetica.

L'Italia ha un potenziale enorme e in gran parte inespresso. Secondo i dati di Legambiente, il nostro Paese potrebbe installare oltre 85 GW di nuova capacità rinnovabile al 2030, creando oltre 300.000 nuovi posti di lavoro nel settore delle energie pulite. La Basilicata, con il suo straordinario patrimonio di sole e vento, può e deve essere protagonista di questa transizione.

«Le rinnovabili sono l'unica risposta seria e duratura alla crisi energetica», sottolinea Lanorte. «Gli investimenti in impianti fotovoltaici e parchi eolici possono contribuire in modo significativo a trattenere valore sul territorio, creare occupazione stabile e qualificata, ridurre la dipendenza dalle importazioni e stabilizzare i prezzi dell'energia per famiglie e imprese».



La riconversione industriale post-petrolio: una necessità non più rinviabile

Legambiente Basilicata pone con forza il tema della riconversione industriale del settore oil&gas in Basilicata. La stagione petrolifera è ormai agli sgoccioli: la concessione Eni/Shell in Val d'Agri scadrà a settembre 2029, e sarebbe paradossale dover discutere in quella data un rinnovo della concessione per ulteriori decenni di estrazioni.

«Mai come in questo momento riteniamo si debba porre con forza il tema della riconversione industriale e produttiva del settore oil&gas in Basilicata», prosegue Lanorte. «Occorrerà fin da ora accelerare investimenti e costruire filiere nei campi dell'innovazione industriale ed energetica dei prossimi anni, così come riqualificare e far acquisire nuove competenze ai lavoratori. È possibile prevedere in Basilicata un contesto favorevole in relazione alla opportunità di riconversione parziale di impianti, competenze e professionalità già esistenti nell'attuale e obsoleto settore petrolchimico verso un modello produttivo legato, ad esempio, al comparto della chimica verde e strettamente connesso alle specificità del territorio».

«L'esperienza petrolifera degli ultimi tre decenni», sottolinea Lanorte, «non soltanto ha determinato conseguenze su ambiente e salute ancora non esattamente quantificate, ma ha creato anche una dipendenza tossica dai proventi delle estrazioni petrolifere che ha generato un deterioramento della qualità delle politiche regionali, condizionate fortemente dai meccanismi delle royalties e delle compensazioni ambientali, senza migliorare le condizioni economiche generali, senza innescare nuove economie e senza arginare lo spopolamento».



Le richieste di Legambiente Basilicata

Alla luce di quanto esposto, Legambiente Basilicata chiede:

1. L'abrogazione dell'articolo 2 del decreto 157/2026, che calpesta le competenze regionali e riduce la partecipazione democratica sulle scelte energetiche che riguardano i territori.

2. Una strategia regionale per la riconversione industriale post-petrolio, che definisca entro il 2029 scenari credibili di fuoriuscita dagli idrocarburi in Val d'Agri e a Tempa Rossa, con un piano straordinario per la transizione occupazionale e la riqualificazione dei lavoratori.

3. Un piano regionale per le rinnovabili, l'efficienza e l'autoconsumo, che mobiliti gli ingenti potenziali inespressi della Basilicata nel solare e nell'eolico, creando occupazione stabile e riducendo strutturalmente il costo dell'energia per famiglie e imprese.

4. La convocazione di un Tavolo Permanente presso la Giunta regionale, con il coinvolgimento delle compagnie petrolifere (che ci auguriamo sempre più lontane dal fossile), dei portatori di interesse locali, sindacati, comuni, imprese, mondo della ricerca e terzo settore, per affrontare a tutto campo la questione petrolio, le ricadute economiche e sociali delle attività estrattive, le bonifiche e la riconversione industriale post-petrolio.

«La Basilicata non può più essere terra di estrazione senza futuro», conclude Lanorte. «Il petrolio non ci ha resi più ricchi, non ha fermato lo spopolamento, non ha creato sviluppo duraturo. È il momento di voltare pagina con coraggio: investiamo nelle rinnovabili, nell'efficienza, nella chimica verde, nella bioeconomia circolare. Solo così costruiremo un futuro di lavoro, salute e dignità per le comunità lucane».



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