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La voce della Politica
| L’invasione che non c’è e lo sfruttamento che tutti fingono di non vedere |
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1/09/2026 | C'è un copione, che la politica di chi governa recita a beneficio di telecamere e sondaggi: la narrazione dell'emergenza sbarchi e l'invasione degli immigrati irregolari. Si agita lo spauracchio della clandestinità e la narrazione dell'immigrato come "peso sociale". Si alimenta la fobia dell'aumento della criminalità, quella più odiosa degli stupri e dello spaccio di stupefacenti, pur di racimolare voti facili, ingenerando un'isteria collettiva che serve unicamente a distogliere lo sguardo dal disastro che attraversa la politica nel nostro Paese.
Ma una volta spente le luci della propaganda, la realtà ci restituisce un'Italia radicalmente diversa: un Paese vecchio, in drammatico crollo demografico, con interi piccoli comuni, soprattutto nelle zone interne, destinati all'estinzione, la cui economia sta ancora in piedi grazie alla presenza dei lavoratori stranieri.
Strumentalizzare i flussi irregolari conviene: serve a creare un nemico comodo, privo di voce e di diritto di voto, su cui scaricare le colpe dell'inadeguatezza.
E poi c'è un virus sempre più strisciante, che inquina il dibattito pubblico italiano sull’immigrazione: l’ossessione isterica per il confine, di chi pensa di fermare le dinamiche globali, ormai in atto da anni, erigendo muri, fisici e mentali.
Ma la verità è un’altra e ben più eloquente: mentre la politica alimenta la demagogia dei porti chiusi per racimolare consenso elettorale a buon mercato, le nostre fabbriche e le nostre campagne dipendono disperatamente dalla manodopera straniera. Una dipendenza che un sistema ipocrita ha scelto di spingere scientemente e cinicamente nell'ombra dell'illegalità.
In Basilicata questa ipocrisia si trasforma in un dramma quotidiano.
Guardiamo al Metapontino, l'eden agricolo della regione, il cuore pulsante dell'ortofrutta lucana. Qui l’integrazione non manca per assenza di domanda lavorativa, ma perché è stato deliberatamente tollerato un modello criminale. Migliaia di braccianti invisibili vengono sistematicamente piegati, ricattati e sfruttati sotto il controllo asfissiante della criminalità organizzata. Si tratta di un’economia parallela che si avvale, ormai da tempo immemorabile, dell’intermediazione parassitaria dei caporali: veri e propri aguzzini che gestiscono i trasporti, le paghe da fame e la vita stessa dei lavoratori.
L’orrore di questo sistema è esploso in tutta la sua disumana brutalità con il barbaro omicidio ad Amendolara di quattro giovani braccianti agricoli, di nazionalità pakistana e afghana, impiegati tra la Calabria e la Basilicata. Quattro ragazzi bruciati vivi da chi voleva punire la loro intenzione di ribellarsi alla schiavitù ed esigere il riconoscimento di un diritto: il pagamento del lavoro svolto nei campi. Non è stata una fatalità, né una lite tra disperati, bensì una dimostrazione violenta della mafia agroalimentare, un segnale di terrore mandato da organizzazioni criminali per ribadire chi comanda nei feudi del lavoro nero.
E' questo il prezzo dell'omertà: si fa finta di non vedere, chiudendo gli occhi di fronte ad una realtà criminale spietata.
Il caporalato e le mafie prosperano proprio dove lo Stato rinuncia a governare i flussi, lasciando che gli immigrati rimangano "fantasmi" senza documenti, ricattabili e dunque perfetti per alimentare il racket del lavoro sommerso. Sottrarre queste persone alla stretta della criminalità organizzata e far emergere la loro presenza con contratti legali, alloggi dignitosi e tutele reali non è solo un dovere morale ed etico: è l'unico modo per ripristinare la legalità nell’economia di una zona vitale della regione e la sicurezza sul territorio.
Nonostante ciò, dal buio dello sfruttamento clandestino dei migranti emergono alcune isole felici, che alimentano ancora la speranza di un futuro possibile, nel segno della convivenza pacifica tra persone di culture diverse. Nelle aree interne lucane, colpite da uno spopolamento e da un calo demografico spaventosi, vi sono diversi comuni che stanno realizzando progetti importanti e di rilevante impatto sociale, puntando su di un modello di accoglienza, anziché sui grandi centri di permanenza. Comuni come Bella, Tito, Sant’Arcangelo, Irsina, e tanti altri, dimostrano che l'accoglienza programmata può rigenerare comunità destinate a morire.
Queste realtà positive di integrazione sociale fanno sì che la Basilicata sia oggi riconosciuta a livello nazionale come un laboratorio virtuoso del modello di accoglienza diffusa.
Ed è bene ricordare che integrazione e rigore nell’applicazione della legge non sono concetti opposti; sono le due facce della stessa medaglia. Rispettare le leggi significa colpire la rete dei caporali, perseguire le aziende conniventi e garantire la dignità a chi raccoglie il cibo che finisce sulle nostre tavole.
A questo punto è evidente che continuare a urlare contro l'immigrazione irregolare mentre ci si gira dall'altra parte di fronte al massacro ed allo sfruttamento illegale dei braccianti non è difesa dei confini. Piuttosto, è complicità morale con un sistema criminale, che lentamente sta divorando anche la Basilicata.
Alberto Iannuzzi |
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