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Il sogno rivoluzionario di olivetti nel nuovo libro di Giuseppe Lupo |
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5/08/2017 | Gli anni del dopoguerra hanno segnato una svolta, nella politica e nell’economia; nella società civile e culturale italiana: sono gli anni del boom, della rinascita italiana. “Il mondo che nasce”, come il titolo dell’editoriale di Ignazio Silone per la rivista politico-culturale “Comunità” – fondata a Roma nel 1946 – di cui Adriano Olivetti ne era direttore; rivista che, sin dal suo esordio, ha costituito il punto di riferimento culturale dell’omonimo Movimento. Al suo interno, articoli e saggi politici, di sociologia e letteratura, di economia ed architettura; di rassegne bibliografiche, di urbanistica: e questo perché Olivetti – intellettuale “impegnato”, quanto i suo stessi “collaboratori” (si pensi al già citato Silone, ma anche al lucano Leonardo Sinisgalli, ad Alberto Moravia, a Cesare Pavese o a Norberto Bobbio, solo per citarne alcuni) – guardava alla Scienza e all’Umanesimo come due facce della stessa medaglia; inseparabili, indissolubili, fondamentali, tanto nel dibattito socio-culturale, oltre che politico, quanto nella ricostruzione identitaria italiana; un’Italia che usciva dal lacerante dramma della Seconda Guerra Mondiale e che si trovava dinanzi ai primi beni di consumo (l’automobile, la televisione, il frigorifero) e ad una forte emigrazione interna da Sud a Nord (dal ’58 al ’63 ben 1 milione di italiani emigrarono verso le città del Nord). E “La letteratura al tempo di Adriano Olivetti” [Edizioni di Comunità; ndr] dell’insigne lucano Giuseppe Lupo, già professore associato di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Cattolica di Milano e fra i massimi esperti di Letteratura Industriale, fa proprio questo: raccontare l’esperienza a cui diede vita Adriano Olivetti, negli anni – tra i ’50 ed i ’60 – che furono di vera e propria rivoluzione industriale e socio-culturale. Presentato nel suggestivo giardino del Palazzo Vescovile di Melfi – organizzato dall’Associazione “Francesco Saverio Nitti”, dal Comune di Melfi, dal Museo Diocesano di Melfi e dall’Associazione di volontariato “Beni Culturali M° Don Vito Giannini” – l’incontro ha visto un confronto pulsante con gli interventi dell’autore, da un lato, e quelli del presidente dell’Associazione “Francesco Saverio Nitti” Stefano Rolando, dall’altro; moderato dalla professoressa Maria Rosaria Monaco. Un saggio, quello di Giuseppe Lupo, che permette di focalizzare l’attenzione su quello che è stato un intellettuale illuminato e sul segno che l’Olivettismo ha lasciato all’Italia: “il mondo che nasceva dalle macerie interpretava indubbiamente il bisogno di un cambiamento radicale. […] Il pensiero di Adriano Olivetti – scrive Lupo nel primo “Il sottosuolo dell’Olivettismo” – pone saldamente le radici in questa cornice, che per un verso rivendica i caratteri di una cultura politecnica (ispirata alla maniera di Leonardo da Vinci) e, per un altro, riafferma il primato della progettualità quale metodo per varcare la stagione degli ‘astratti furori’”. Olivetti fu portatore di un sogno industriale che si affiancava ad un concreto progetto sociale: da qui, la nascita dell’idea di Comunità sociale: si pensi a Matera, “secondo polo di attrazione nel Mezzogiorno, insieme con Pozzuoli, degli interessi olivettiani. Se quest’ultima rappresenta l’aspirazione dell’industrializzazione al Sud (scelta da Adriano Olivetti per lo stabilimento di macchine per scrivere), Matera riceve attenzioni per il suo essere – scrive Riccardo Musatti su ‘Comunità’ dell’ottobre 1955 – «la capitale, il simbolo delle città contadine»”; dove Matera – oggi Capitale Europea della Cultura grazie al passaggio di Zanardelli, Levi, Pasolini e lo stesso Olivetti – rispecchia pienamente, con il suo borgo La Martella, l’idea di comunitarismo rurale: Olivetti era un sognatore utopico, ma la sua era un’utopia concreta, reale, tanto che la sua era un’azienda di grande successo. Adriano Olivetti era un illuminato; un visionario “con lo sguardo nel vuoto”, ma capace di avere una mente avanguardista. La sua persona incarnò un unicum, in grado di fondere l’Umanismo industriale con un’industria più umana, incentrata sull’Uomo: l’idea di un’industria che può avere fini più nobili del profitto; “l’idea di una ‘civitas hominum’, che sin dagli anni Trenta Olivetti pone a fine ultimo della sua ricerca di imprenditore e di urbanista”.
Marialaura Garripoli
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