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Recensione:“Attacco all’arte" il libro di Simona Maggorelli |
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5/04/2017 | IL libro di Simona Maggorelli “Attacco all’arte” di 164 pagine, edito da L’Asino d’oro edizioni ed acquistabile al prezzo di 18 euro, mette in rilievo che Il linguaggio silenzioso delle immagini è sempre stato visto con sospetto nella storia occidentale. E in ogni caso considerato inferiore, rispetto a quello cosciente e articolato che si esprime attraverso la phonè. Nonostante secoli di pittura e di scultura, nonostante tanti artisti geniali, il linguaggio per antonomasia, è sempre stato quello verbale o, al più, la scrittura. Così affermano la storia della filosofia e i tre monoteismi. Tanto che, in epoche diverse, il linguaggio delle immagini è stato ripetutamente attaccato per motivi ideologici e religiosi. Ne è stato negato il valore umano universale; è accaduto fin dalla nascita del logosche con Senofane ostracizzava le figure della mitologia e con Platone condannava la pittura come falsificante calco del vero. Religione e ragione sembrano essere sempre andate perfettamente all’unisono nel condannare la realtà umana non cosciente, la capacità di immaginare che si esprime nei sogni (mandati dagli dèi secondo i Greci, dal diavolo secondo Agostino), nel denigrare o cercare di controllare la fantasia degli artisti che parlano attraverso un linguaggio non razionale, di forme e colori. Ancora oggi, nel nuovo millennio, lo dimostrano palesemente gli attacchi dell’Isis al patrimonio storico-artistico preislamico del Medio Oriente, messi in atto lucidamente dai fondamentalisti wahhabiti per sterminare gli infedeli e cancellarne la storia e ogni traccia di esistenza, come facevano i nazisti con gli ebrei. Nel secondo capitolo di Attacco all’arte siamo andati alla ricerca delle radici di questa violenza omicida in nome di Dio, indagando la particolare forma di iconoclastia che vi è strettamente connessa, con l’aiuto di esperti
fra i quali la bizantinista Silvia Ronchey, l’archeologo scopritore di Ebla Paolo Matthiae e il poeta siriano Adonis che leggono questo fenomeno in parallelo con l’iconoclastia cristiana e la condanna delle immagini che unisce tutti e tre i “monoteis” Il Il libro si conclude con un capitolo che riporta un’intervista allo psichiatra Massimo Fagioli molto interessante in cui inizia a parlare dell’uomo ponendosi una domanda:
Dell’uomo? Comunque sia andata ci sono indizi che testimoniano questo passaggio: la mascella dell’uomo più antico era molto grossa, prognata, come se fosse adatta a mangiare la carne cruda, come gli animali. Occorreva la forza della mandibola. Ma qui torna la domanda: come nasce l’arte? È un gioco complicatissimo. Naledi, che scheggia le pietre. Ma fare i colori, portarli dentro la caverna e fare la pittura rupestre non lo è. Ai limiti, in quello scheggiare la pietra da parte del Naledinon c’è l’immagine, c’è il discorso di fare una cosa appuntita. Gli sarà bastato pensare che spaccare la testa a un’antilope era più facile con un sasso che con un bastone per mettersi a scheggiare la pietra; è un discorso razionale. Nelle pitture rupestri, invece, c’è una inutilità totale, è l’esigenza di un’espressione che arriva fino al presente.
Il libro invitante alla lettura, offre importanti spunti di riflessione sul valore intrinseco delle opere d’arte e soprattutto al loro rispetto c spesso non ottemperato anche dai vandali comuni.
Biagio Gugliotta
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