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"Il lutto" |
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12/08/2011 | “ All’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate dal pianto, è forse il sonno della morte men duro?”. L’inizio del carme dei sepolcri pone un primo, profondo interrogativo al quale il popolo di Senise ha risposto nella serata del 26 luglio scorso, anniversario della terribile frana che inghiottì un intero quartiere del paese il 26/07/1986 alle 4 del mattino: l’amore dei vivi può essere, in qualche modo, di giovamento a coloro che non sono più? I senisesi hanno risposto con una manifestazione di amore per i propri concittadini e amici che in quell’occasione persero la vita dando luogo ad una serata della memoria messa in piazza da una popolazione che ha saputo riunire tutti i propri talenti in una rappresentazione teatrale a metà strada tra il compianto e la denuncia sociale. Per chi, come me, non conservava ricordo del triste evento avvenuto 25 anni fa, assistere alla rappresentazione è stato a dir poco commovente: vedere gli attori toccati, fino alle lacrime, dal dolore; ascoltare la voce delle sfortunate vittime attraverso le bocche dei loro amici, è stata una emozione forte ma che valeva la pena vivere. Abbiamo scelto l’opera del Foscolo per commentare questo evento teatrale molto particolare in quanto l’autore “dei sepolcri” è convinto che gli uomini debbano preservare senza remore e senza vergogna le loro tradizioni per quel che riguarda il culto dei morti. Alla domanda: “l’amore dei vivi può essere di conforto ai defunti?” non sarà possibile dare una risposta fintanto che ciò che sta oltre la vita rimarrà un mistero ma di sicuro si può concordare col Foscolo che serbare il ricordo delle persone che si sono amate ed onorarne la memoria è segno di civiltà e nobiltà d’animo. Com’è nostra abitudine lasciamo che l’autore parli coi propri versi che sicuramente sapranno, meglio di altre considerazioni, toccare i nostri cuori: “ove più il sole per me alla terra non fecondi questa bella famiglia d’erbe e d’animali e quando vaghe di lusinghe innanzi a me non danzeran l’ore future, né da te dolce amico, udrò più il verso e la dolce armonia che lo governa,…qual fìa ristoro a dì perduti un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa che in terra e in mar semina morte?”. La risposta che ne segue pone l’uomo al di sopra della morte che è di per se stessa annientamento, dissoluzione. Tutto ciò che rimane composto ed inalterato nella memoria, che può essere tramandato ed è in grado di suscitare emozioni anche nelle generazioni future riesce a sfuggire a quella terribile legge che prevede un completo e definitivo annullamento di ciò che è stato un uomo, un pensiero una parte del tutto. Il poeta così rimarca tale concetto: ”non vive ei forse anche sotterra, quando gli sarà muta l’armonia del giorno, se può destarla con soavi cure nella mente de’ suoi? Celeste è questa corrispondenza di amorosi sensi, celeste dote e degli umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi, se pia la terra che lo raccolse infante e lo nutriva, ultimo asilo porgendo, acre le reliquie renda…”. L’immagine è bella nella sua semplicità e trasmette il senso della memoria e del compianto. La rappresentazione cui abbiamo assistito il 26 luglio si è svolta in una splendida cornice fatta di vecchi edifici, muri antichi e un convento, anch’esso antico, le cui campane parean scandire il ritmo della scena che risultava così impregnata di atmosfere e di simbologie a partire da quelle fiaccole, agitate in modo concitato e convulso da figure vestite di nero, nella notte. Quella scena pareva alludere tanto alla cronaca dell’accaduto quanto all’esile fiamma della ragione umana che vagola disorientata nell’immenso buio della conoscenza infondo al quale giace il mistero. Le tristi figure alternandosi in monologhi, accompagnati dal coro, preso in prestito dai grandi tragediografi greci, e dalla marcia funebre di Chopin, davano vita ad un lamento che poteva simboleggiare il pianto dell’intero genere umano condannato a separarsi dai propri cari. Le otto sedie vuote, infine, con le quali si chiude la rappresentazione sono un duro appello alla coscienza sociale affinché condanni quella imperdonabile assenza della pubblica amministrazione e delle istituzioni che tante volte nel nostro paese è venuta a mancare allorquando di fronte al dovere di mettere i cittadini al riparo da simili sciagure ha colpevolmente girato lo sguardo da un’altra parte. Cotanta manchevolezza dello Stato nei confronti dei propri cittadini o, come nei casi di Ustica, Bologna, Piazza Fontana, del rapido “italicus”, colpevole e criminale connivenza di parti di esso nella realizzazione di tali tragedie, trova purtroppo, in tante occasioni, la propria impunità nei tribunali ma non riesce pur tuttavia a sfuggire alla immancabile condanna della storia la quale agisce per mezzo delle coscienze di quanti, anche dopo decenni, presentano nelle piazze con le forme espressive più diverse, i loro capi di accusa. Allora la verità, che sembrava essersi persa nelle viscere del potere e della corruzione, si riscatta sotto forma di immagini, voci, suoni o come lo spettro del Re sulle mura di Elsinore che muto addita i responsabili del tradimento. Cos’altro possiamo aggiungere se non i complimenti agli autori, agli attori e soprattutto a Senise che in quella occasione è sceso in piazza con sobrietà, compostezza e sensibilità quasi partecipasse per la seconda volta al triste rito funebre delle vittime, facendole rivivere per mezzo dei propri ricordi e dei propri sentimenti e accomiatandosi, a fine serata, così come sa fare solo un popolo colpito da una sciagura.
Antonio Salerno |
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