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Pizzaballa a Tursi: «Dio non abbandona la storia, neppure quando sembra contraddirlo»

9/09/2026

Tursi ha accolto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, in occasione della festa della Natività della Beata Vergine Maria, celebrata l’8 settembre nella Basilica Santuario di Maria Santissima Regina di Anglona. Una presenza che ha assunto un significato particolare anche per il cinquantesimo anniversario della nuova configurazione della diocesi di Tursi-Lagonegro, trasformando la celebrazione mariana in un momento di memoria, gratitudine e riflessione sul cammino futuro della comunità ecclesiale.

Nel corso dell’omelia, Pizzaballa ha invitato a guardare alla nascita di Maria come a un’immagine dell’agire di Dio. I Vangeli non raccontano le circostanze della sua nascita e la tradizione la colloca a Gerusalemme, nei pressi della piscina di Betzaetà, dove oggi sorge la chiesa di Sant’Anna. Maria entra nella storia nel silenzio, come una bambina qualunque, dentro una famiglia e un popolo. Eppure, proprio in quel momento apparentemente ordinario, comincia qualcosa di decisivo per la storia della salvezza. «La nascita di Maria è come la prima luce del mattino: non è ancora il giorno pieno, ma la notte non è più la stessa», ha sottolineato il Patriarca.

È questo, secondo Pizzaballa, uno dei tratti più importanti del modo in cui Dio opera: non attraverso ciò che necessariamente appare, si impone o produce risultati immediati, ma attraverso il silenzio, la fedeltà quotidiana e la disponibilità di persone spesso lontane dai riflettori. La salvezza del mondo, ha ricordato, comincia con la nascita di una bambina. Dio non entra nella storia con la forza, ma chiedendo accoglienza; non occupa uno spazio, ma cerca un cuore libero.

Da qui lo sguardo si è spostato sul Vangelo e sulla genealogia di Gesù, apparentemente soltanto un lungo elenco di nomi, ma in realtà immagine concreta della storia umana. Una storia fatta di fedeltà e tradimenti, promesse accolte e dimenticate, ma anche di ferite familiari, violenze, rotture e vicende irregolari. «Gesù non viene in una storia ideale», ha osservato Pizzaballa. Entra invece nella storia reale, con tutte le sue contraddizioni, assumendola senza attendere che l’umanità sia perfetta o pronta.

È proprio qui che il Patriarca individua un messaggio di speranza. Una speranza che non coincide con l’ottimismo facile e non promette che i problemi si risolveranno automaticamente. La speranza cristiana nasce dalla certezza che nessuna storia è estranea a Dio e che anche una ferita, se affidata a Lui, può diventare luogo di salvezza.

Al termine della genealogia, Maria appare come il punto d’incontro tra l’attesa dell’umanità e la risposta di Dio. In lei, ha spiegato Pizzaballa, la storia degli uomini si apre all’iniziativa dello Spirito e l’attesa diventa accoglienza. La grandezza di Maria non consiste nell’aver compiuto opere straordinarie, ma nell’aver fatto spazio alla Parola di Dio, lasciandosi condurre anche attraverso domande, silenzi e dolore.

Accanto a Maria, anche Giuseppe diventa figura della fede vissuta nell’incertezza. Il suo progetto di vita viene improvvisamente messo in discussione e davanti a ciò che non comprende riceve dall’angelo una parola semplice e impegnativa: «Non temere». Non gli viene spiegato tutto, ma gli viene chiesto di fidarsi. Maria e Giuseppe mostrano così che la fede non elimina l’incertezza, ma permette di attraversarla. Credere, ha detto il Patriarca, non significa avere tutte le risposte, ma non interrompere la relazione con Dio quando non comprendiamo più ciò che accade.

Questa riflessione è stata quindi applicata direttamente alla Chiesa di Tursi-Lagonegro, chiamata a vivere il cinquantesimo anniversario non come una semplice celebrazione del passato, ma come una tappa di un cammino ancora aperto. Una diocesi, ha sottolineato Pizzaballa, non vive soltanto perché possiede una storia, strutture e tradizioni, ma se continua ad ascoltare ciò che lo Spirito dice nel presente.

Il Santuario di Anglona, con la memoria delle generazioni che hanno affidato a Maria gioie, fatiche, domande, malattie e speranze familiari, rappresenta una parte preziosa di questa storia. Ma quella memoria, secondo il Patriarca, non può limitarsi a essere conservata: deve diventare vita, capacità di leggere il presente e di accompagnare le nuove generazioni. Celebrare la nascita di Maria significa allora interrogarsi su ciò che deve nascere oggi nelle Chiese, sugli spazi da aprire perché Dio possa entrare ancora nella vita delle persone, sulle paure da superare, sulle abitudini da lasciare e sulle relazioni da ricostruire.

La presenza di Pizzaballa ha portato a Tursi anche il dramma della Terra Santa, terra profondamente legata alla figura di Maria e oggi segnata da profonde ferite. Il Patriarca ha parlato di famiglie distrutte, persone private della casa e bambini che crescono nella paura e nella violenza. In questo contesto, ha messo in guardia dal rischio di ridurre l’altro a una categoria o a un nemico, fino a non riconoscerne più il volto e il dolore.

Di fronte a una realtà tanto dolorosa, Pizzaballa ha riconosciuto che non esistono parole capaci di spiegare tutto e ha invitato a diffidare delle risposte semplicistiche. Eppure, proprio nella sofferenza, la nascita di Maria continua a parlare: Dio non abbandona la storia, neppure quando sembra contraddirlo. Anche nella Terra Santa ferita continuano infatti a esistere piccoli segni di umanità: persone che curano i feriti senza chiedere a quale popolo appartengano, comunità che condividono ciò che hanno, famiglie che rifiutano di educare i figli all’odio, sacerdoti, religiosi e laici che scelgono di rimanere accanto alla propria gente. Gesti che forse non cambiano immediatamente il corso degli eventi, ma custodiscono l’umano e, proprio per questo, preparano la strada alla pace.

Il legame tra la Chiesa di Tursi-Lagonegro e quella di Gerusalemme, ha spiegato il Patriarca, non è soltanto un legame di affetto o di solidarietà. È un legame ecclesiale, perché tutte le Chiese appartengono all’unico Corpo di Cristo. Le ferite di una comunità riguardano anche le altre, così come la fede e la testimonianza di una Chiesa possono sostenere quelle delle altre. La sua presenza ad Anglona ha voluto essere proprio il segno concreto di questa comunione tra la Chiesa di Gerusalemme e quella di Tursi-Lagonegro, entrambe affidate allo sguardo di Maria.

Da qui anche un appello alla preghiera e alla vicinanza. La Chiesa di Gerusalemme, ha detto Pizzaballa, ha bisogno che le altre comunità non la dimentichino quando l’attenzione del mondo si sposterà altrove. E la Chiesa di Tursi-Lagonegro può ricevere dalla Terra Santa il richiamo all’essenziale: alla Parola fatta carne, a una fede vissuta dentro la storia e a una speranza capace di non fuggire dalla croce.

La speranza cristiana, ha concluso il Patriarca, non consiste nel negare il male né nel minimizzare il dolore. Maria, ai piedi della croce, non ha chiuso gli occhi davanti alla morte del Figlio, ma è rimasta. La sua speranza ha assunto la forma della presenza. È questa, forse, la chiamata rivolta anche alle comunità cristiane: rimanere accanto a chi soffre, non lasciare solo nessuno, costruire legami e impedire che la violenza entri anche nel linguaggio e nel modo di giudicare.

Nel giorno della Natività di Maria, dunque, l’invito rivolto alla diocesi di Tursi-Lagonegro è quello a guardare ai prossimi anni con lo stesso atteggiamento di disponibilità indicato dalla Madre di Gesù: essere una Chiesa capace di generare e non soltanto di conservare, radicata nel proprio territorio ma aperta alla comunione universale, capace di stare accanto alle persone soprattutto quando la vita diventa più difficile. E insieme affidare alla Vergine la Terra Santa, chiedendo non di essere dispensati dalle responsabilità, ma di avere la forza di pronunciare, come Maria, il proprio «sì» a Dio dentro la storia concreta.

La nascita di Maria, ha ricordato infine Pizzaballa, porta con sé la certezza che Dio può iniziare qualcosa di nuovo anche quando ancora non siamo capaci di vederlo. Una certezza che non invita alla passività, ma alla disponibilità: perché attraverso la vita degli uomini e delle donne di oggi la Parola possa ancora trovare casa e diventare carne.



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