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CPR di Palazzo S.Gervasio:la fabbrica della disperazione che deve essere chiusa

18/08/2026

Il suicidio di un giovane tunisino, recluso nel CPR di Palazzo San Gervasio, non può considerarsi una tragica fatalità, bensì la cronaca annunciata di un fallimento.

Per rendersene conto, occorre ricordare, non solo che questo drammatico gesto fa seguito al suicidio di un altro giovane algerino di 19 anni, avvenuto nell'agosto del 2024, ma anche i numerosi “eventi critici”, ben 67, denunciati nei primi mesi di quest’anno, relativi ad atti di autolesionismo e tentativi di suicidio.

Né si può trascurare che il CPR di Palazzo San Gervasio da anni è al centro di denunce, inchieste e procedimenti giudiziari, e che nel processo penale riguardante la gestione del centro tra il 2018 e il 2022 sono state contestate, a vario titolo, ipotesi di maltrattamenti, frodi, corruzione e altri reati, con il rinvio a giudizio di diciotto persone, tra cui appartenenti alle forze dell’ordine, medici, avvocati e responsabili della gestione. Tra le accuse anche presunti abusi e somministrazioni immotivate di psicofarmaci.

Certo, per ora si tratta solo di accuse, e sarà la magistratura a stabilire se vi sono delle responsabilità penali. Ma proprio per questo è ancora più grave il ritardo della politica nell’affrontare il problema, anche perché nel frattempo è intervenuta una decisione importante della Corte costituzionale.

Con la sentenza n. 96 del 3 luglio 2025 la Corte ha chiarito che il trattenimento nei CPR incide sulla libertà personale e richiede le garanzie dell’articolo 13 della Costituzione. Ha inoltre evidenziato una grave lacuna normativa: mancano regole adeguate sulle modalità del trattenimento, sui diritti dei trattenuti e sugli strumenti di tutela effettiva. Ha quindi chiesto un intervento urgente del Parlamento, che però a distanza di oltre un anno non c’è ancora stato.

E, chiamarli "centri di permanenza per il rimpatrio", è il primo ipocrita inganno. Più propriamente, con un’espressione molto forte, andrebbero definiti “lager”.

In realtà, si tratta di “buchi neri” del diritto, zone d'ombra istituzionalizzate, dove la dignità umana viene deliberatamente annientata.

In barba alle garanzie costituzionali, si privano della libertà personale persone che non hanno commesso reati, ma mere violazioni amministrative, riguardanti la loro permanenza nel territorio italiano.

La stessa edilizia detentiva appare alienante: grate, gabbie, assenza di spazi di socializzazione e condizioni igienico-sanitarie degradanti, che trasformano la quotidianità in una tortura psicologica continua.

L’assistenza sanitaria risulta del tutto inadeguata: l'abuso sistematico di psicofarmaci per sedare il disagio, unito alla carenza di presidi medici indipendenti, trasforma la sofferenza mentale in una sorta di condanna a morte.

L’isolamento dal mondo esterno, con gli ostacoli continui all'accesso per stampa, associazioni e garanti rendono la struttura un ghetto impermeabile al controllo di legalità. Perciò, ben venga la preannunciata visita ispettiva da parte di due parlamentari, dalla quale però si auspicano parole chiare e risposte concrete.

E a completare l’indignazione c’è l’enorme spreco di risorse pubbliche. A fronte di costi di gestione e manutenzione estremamente elevati, la percentuale di rimpatri effettivi resta marginale. Il modello della detenzione amministrativa si rivela un meccanismo costoso, che spesso si traduce in una semplice parentesi detentiva prima del ritorno alla clandestinità.

Per queste ragioni superare i CPR è necessario e converrebbe a tutti, in primis allo Stato.

Ipotizzare alternative a questi luoghi di detenzione non è solo una scelta di civiltà, ma un'esigenza di sostenibilità economica e logistica. Le opzioni esplorate in diversi contesti europei offrono indicazioni chiare sulla fattibilità di percorsi differenti.

Si potrebbe far ricorso a misure restrittive non detentive, come l'obbligo di dimora, la consegna del passaporto e l’obbligo di firma, che offrono un controllo sul territorio senza i costi fissi e la complessità organizzativa dei centri chiusi.

Oppure inserire i soggetti all'interno di reti territoriali controllate o elaborare progetti di reinserimento nei Paesi d'origine, che rendano il rientro un'opzione sostenibile e volontaria, garantendo tassi di collaborazione decisamente superiori rispetto al rientro coatto.

Mantenere aperta una struttura detentiva comporta costi ingenti per vigilanza, sicurezza, logistica e manutenzione delle infrastrutture. L'adozione di misure alternative a base territoriale, invece, abbatterebbe la spesa pro-capite giornaliera, riducendo le uscite per la pubblica amministrazione e sollevando le forze dell'ordine da compiti di mera custodia.

Comunque sia, una cosa è certa: i CPR oggi non servono a gestire l'immigrazione irregolare, bensì a fabbricare disperazione.

Pertanto, la richiesta di chiusura immediata e definitiva del CPR di Palazzo S. Gervasio non è una battaglia ideologica, ma una necessità dettata da criticità strutturali non più tollerabili. Non si può rispondere alla richiesta di protezione e regolarizzazione con la reclusione ed il filo spinato. Né si può pensare di riformare l'inferno !



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