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Storie di Resistenza contro il bullismo. L'esperienza di Stefano, la forza delle 'parole giuste' |
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3/04/2025 | Qualche mese fa è uscito un film che racconta una storia toccante, una storia vera che colpisce nel profondo: “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Non ho avuto il coraggio di vederlo subito, era come riaprire una ferita ormai cicatrizzata, una ferita che ha segnato la mia fase pre-adolescenziale e adolescenziale. L’adolescenza è un periodo complicato, un viaggio tra incertezze e paure, in cui ci si sente persi, senza risposte. In questa fase delicata, ci sono due ombre che possono rendere tutto ancora più difficile: il bullismo e il cyberbullismo.
Già dalla scuola elementare ho vissuto il peso delle parole cattive. Non erano colpi fisici, ma frasi che bruciavano dentro, etichette che mi venivano appiccicate addosso solo per il mio modo di essere, per la mia gentilezza, per il mio modo di parlare. Non capivo il significato di certi insulti e, con l’ingenuità di un bambino, li cercavo nei dizionari, sperando di comprendere perché venissero rivolti proprio a me. Ma le parole possono essere lame invisibili, capaci di lasciare cicatrici profonde. E, giorno dopo giorno, mi ritrovavo a chiedermi: “Cosa ho fatto di male? Perché proprio io?”
Mi chiudevo in me stesso, nascondevo il dolore dietro un sorriso forzato, sperando che il tempo alleviasse quelle ferite. Ma il tempo, da solo, non basta. Poi sono arrivate le scuole medie, il periodo più buio della mia vita. All’inizio di quel percorso mi sentivo completamente solo, non avevo amici, nessuno con cui condividere il peso delle giornate. Entravo in classe con la speranza che qualcuno mi rivolgesse la parola, che qualcuno mi considerasse, ma spesso ero invisibile. Nessuno si sedeva accanto a me, nessuno mi cercava durante la ricreazione e quel silenzio era assordante.
In questo vuoto, il bullismo si insinuava con ancora più forza. Qui il dolore non era più solo verbale, ma si trasformava in qualcosa di più profondo, più subdolo. Il cyberbullismo faceva la sua comparsa, colpendomi nei momenti in cui ero più vulnerabile. Ricordo una piattaforma in cui le persone potevano scrivere domande anonime: le risposte che ricevevo erano colme di odio, parole che non voglio ripetere, frasi che ancora oggi mi fanno tremare. Stavo cercando un posto nel mondo, cercavo di crescere, di adattarmi, ma ogni giorno era una lotta contro un dolore silenzioso. Mi sentivo un estraneo ovunque, anche con me stesso. Provavo a cambiare, a camuffarmi, ma non era mai abbastanza: ero sempre il bersaglio, sempre quello sbagliato.
A un certo punto, il dolore divenne insostenibile. Pensai di mettere fine a tutto, avevo pianificato tutto nei minimi dettagli. Scrissi i miei pensieri in un vecchio quaderno, annotando i nomi di chi mi aveva ferito e di chi invece mi aveva dato amore. Poi iniziai a scrivere lettere per le persone a me più care. Scrissi una lettera ai miei genitori e fu quella lettera a salvarmi. Mi uccise dentro, ma allo stesso tempo mi fece riflettere. Come avrebbero vissuto senza di me? Come avrebbero potuto sopportare un dolore simile? Non potevo farlo, non potevo lasciare che il mio dolore diventasse il loro. Così ho scelto di resistere, ho deciso di affrontare tutto e di trovare una forza che non credevo di avere.
Ma verso la fine delle scuole medie, qualcosa cambiò. Lentamente, iniziai a conoscere persone che avrebbero stravolto la mia vita in meglio, persone che inizialmente erano solo compagni di classe, ma che col tempo sono diventate qualcosa di più. Quei ragazzi, che all’inizio vedevo da lontano, sono oggi la mia seconda famiglia, sono stati e sono il mio sostegno più grande. Con loro ho iniziato a sentirmi meno solo, ho iniziato a ridere di nuovo, a fidarmi. Loro mi hanno aiutato a riscoprire il valore della mia vita, a capire che non ero solo un bersaglio, ma una persona che meritava amore e rispetto.
Le superiori sono state diverse, sicuramente non perfette, non sempre facili, ma diverse. Ho incontrato persone nuove, alcune positive, altre meno. Qualcuno ancora lanciava frecciate velenose, ma io avevo imparato a difendermi, a rispondere, a non lasciarmi schiacciare. E soprattutto, ho trovato veri amici, non quelli che ti abbracciano e poi ti pugnalano alle spalle, ma persone che mi hanno sostenuto davvero. Persone che, ancora oggi, sono al mio fianco e grazie a loro ho capito che il problema non ero io, che la gentilezza non è una debolezza, ma un valore, che essere diversi non significa essere sbagliati.
Oggi sono un ragazzo diverso. Ho lasciato indietro le insicurezze, il dolore, il passato che mi aveva imprigionato. Sono diventato forte. La mia più grande vittoria è stata affrontare tutto e riuscire a essere la persona che sono oggi. E guardando indietro, vedendo chi mi ha fatto del male, mi rendo conto che molti di loro sono rimasti fermi, senza sogni, senza un posto nel mondo. Non provo rancore, ma questa è la lezione della vita: chi semina odio, raccoglie il vuoto. E io invece ho scelto di costruire, di amare, di andare avanti.
Per anni ho evitato di parlarne. Ho fatto di tutto per dimenticare e andare avanti. Ma sentire oggi storie di ragazzi che non ce l’hanno fatta, ascoltare i casi di cronaca, mi ha fatto riflettere. Ho capito che il silenzio non aiuta nessuno. Raccontare la mia storia non cancellerà il passato, ma forse potrà aiutare qualcuno a trovare la forza di resistere. Voglio che chiunque stia affrontando ciò che ho vissuto io sappia che non è solo, se stai vivendo il bullismo o il cyberbullismo, non vergognarti, non chiuderti nel silenzio, ma parla. Trova qualcuno di fidato a cui raccontare quello che stai passando, non lasciare che il dolore ti isoli. Scegli le persone giuste, quelle che ti vogliono davvero bene e chiedi aiuto. Perché nessuno merita di soffrire in silenzio, perché tu vali e il mondo ha bisogno di te. Viviamo in una società che spesso minimizza il bullismo, che lo etichetta come “ragazzate” o “scherzi innocenti”. Ma non c’è nulla di innocente nel distruggere l’autostima di una persona, nel farla sentire sola, nel farle credere di non valere nulla. Il bullismo non è un gioco, il cyberbullismo non è una fase. Sono delle violenze silenziose che possono lasciare ferite indelebili, per questo dobbiamo parlarne. Dobbiamo smettere di girarci dall’altra parte, di ignorare i segnali, di lasciare che chi soffre si senta solo. Perché il silenzio uccide, ma le parole giuste possono salvare una vita.
Stefano Mileo |
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