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A proposito di Val D’Agri....a Grumentum vivi l'Antica Roma |
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24/02/2013 | L’antica Roma ispira da sempre sentimenti contrastanti di rispetto e ammirazione da una parte e di avversione dall’altra, soprattutto tra quei popoli che ne subirono l’occupazione. Ma nessuno può però sottrarsi al fascino che emanano le rovine del grande impero proprio perché ogni singola pietra, ogni monumento o manufatto di quell’epoca rimanda ad una grandezza come non se n’è più vista nei secoli che sono seguiti. C’è un posto in Val D’Agri dove queste sensazioni si possono ancora provare perché oltre ai ruderi, e ai manufatti conservati nel grazioso museo è rimasto inalterato anche l’ambiente circostante al piccolo insediamento romano. Parliamo ovviamente di Grumento Nova. Quando si imbocca la strada che porta alla contrada Spineta, quella dove si trovano ubicati gli scavi archeologici, ci si addentra in una serie di boschi ad alto fusto tappezzati di pungitopi che già introducono il viandante in un’atmosfera antica e fuori dal tempo. Voltandosi si scorge chiaramente, posizionato in alto sul colle, l’attuale paese e si intuisce già da questo quale grande differenza vi è stata tra la condizione di quei luoghi sotto Roma e nelle epoche che seguirono. Mentre in epoca medievale i Borghi sorgevano in posizioni impervie, difficilmente raggiungibili purché fossero meglio difendibili dagli attacchi dei nemici, gli antichi romani costruivano i loro accampamenti nelle verdi e lussureggianti valli ove le acque erano abbondanti, il clima più mite, i terreni più fertili. È proprio questa loro sicurezza che ne faceva un grande popolo e un grande impero. Essi sapevano che nessun esercito invasore avrebbe potuto girare e depredare impunemente città e villaggi all’interno dell’impero, anche se poi sappiamo che questo avvenne molte volte nel corso della storia. Ma quello che conta è il loro atteggiamento sicuro e spavaldo. All’interno di quella che essi consideravano la loro patria non avevano bisogno di arroccarsi sui monti o di percorrere notevoli distanze fuori dalle mura per poter approvvigionarsi, ma occupavano sempre i terreni migliori: quale mirabile ostentazione di potenza era quella. Le estese fustaie circostanti fornivano legname in quantità per riscaldarsi, per costruire utensili e per edificare. Il fiume Agri, col suo fertilissimo limo rendeva i terreni eccellenti per le coltivazioni e l’abbondanza di acqua faceva di quei luoghi un posto perfetto per gli insediamenti umani. Passeggiando tra quegli enormi alberi di cerro e farne, dove i raggi del sole danzano a un ritmo capriccioso, scandito dalle foglie mosse dal vento, si respira ancora oggi quell’antichissima atmosfera, proprio come se si finisse in quel posto dopo aver spiccato un grande salto nel tempo passato. Andando avanti appare d’improvviso il decumanus maximus e varcando l’immaginaria porta decumana (quando il vento fa stridere forte i rami e i fusti degli alberi sembra quasi che gli enormi battenti ruotino sui cardini cigolanti) si para innanzi allo sguardo l’ampia distesa che doveva essere un tempo ricoperta di case, di monumenti, di statue e che formava il villaggio. All’alba il sole si leva appena sull’altra porta, la praetoria e in quell’aria fresca e umida chiudendo gli occhi si possono percepire chiaramente i pesanti carri che trasportano frumento avanzando traballanti sui massi lucidi del selciato levigato. Le coorti che si esercitano e si danno il cambio alla guardia: è tutto un fermento ed è appena l’alba. Passeggiando oltre su quelle pietre che trasudano storie di uomini e di battaglie si giunge al forum; lo si vede subito, un ampio spazio inerbito sul quale si affaccia la casa del comandante della legione. È una sensazione che prende alla gola vedere gli splendidi pavimenti fatti di mosaico, la vasca per i balneum, i piedistalli dove si ergevano le statue degli Dei protettori. Sopra il nostro capo, come un immenso soffitto, si stende l’azzurro cielo lucano, singolare per i suoi colori intensi con al suo centro il sole meridiano che illumina nei suoi particolari il teatro che, piccolo e di rara bellezza, un tempo diede vita alle tragedie di Eschilo, di Euripide di Sofocle. Chissà come dev’essere stato ascoltare nella profonda oscurità della notte, rischiarata solo dalla luce delle fiaccole, il coro che piangeva la sorte dell’eroe Aiace, quando pazzo e sanguinario macellava le bestie nella propria tenda o il lamento indirizzato a quel Dio che per essere stato amico degli umani venne incatenato alla rupe e ogni giorno si vedeva divorato le viscere da un rapace. Quanti sguardi appassionati saranno sfuggiti alle madri premurose e accorte che, rapite dalla scena, allentavano la presa sulle verginee figliole sedute al loro fianco? O ancora, quanti sospiri si saranno levati, sui quei gradini consunti, dai petti delle mogli dei soldati partiti per luoghi lontani impegnati in imprese richiamate alla mente dalle parole degli attori? E proprio quando la vista del castrum parrebbe non destare alcun’altra sorpresa basta richiudere gli occhi e immaginare un giorno di festa, all’ora tarda del meriggio assolato, e si vedono soldati, contadini, donne, vecchi e bambini diretti verso la porta pretoriae e uscire dalle mura scomparendo alla vista. Noi li seguiamo e lasciandoci l’accampamento alle spalle imbocchiamo una stradina polverosa che attraversa piccoli campi e prati coperti di erbe profumate poi, all’improvviso, un clamore si leva da una grande struttura ellittica, un frastuono assordante di voci e grida: ci troviamo di fronte l’anfiteatro. Nell’arena alcuni operai stanno ultimando i preparativi per lo spettacolo e la folla prende posto sui gradini, in fervida attesa dell’evento. Ognuno può sognare il suo giorno di festa ma intanto il sole declina dietro alla decumana, le voci si placano dileguandosi nel crescendo del gracidare delle rane e del frinire canterino dei grilli. Una grande luna guardiana, un po’ triste e un po’ distratta, ci invita ad uscire perché quello non è il nostro mondo ma solo un sogno che va spegnendosi insieme al giorno.
Antonio Salerno
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