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Storia di Monsignor Pietro Camodeca De’ Coronej

3/11/2017

Con la liberazione della penisola di Morea e della città di Coron, intorno al 1533,con la di pace di Costantinopoli tra Carlo V ed il Sultano Solimene II, alle nobili famiglie albanesi fu consentito l’espatrio nel Regno di Napoli. Andrea Doria con duecento galeoni trasse in salvo le famiglie nobili, tra cui i Camidi, da cui Camodeca, menzionati come “ciertos caballeros que an venido de Coron “che furono insigniti di speciali privilegi con il Regio Cavalierato .
I profughi solo con i loro oggetti preziosi, qualche mobile e cavalli si insediarono lungo le coste della Basilicata, Calabria e Sicilia ed in alcuni quartieri della città di Napoli.
Sui contrafforti del monte Pollino, tra le querce di Cerviola, , sorse il primo agglomerato di capanne di paglia, che poi si trasferì su un’altura dove sorse Castroregio, paese dove si si insediò la famiglia Camodeca progenitrice di don Pietro Camodeca.
Le notizie desunte dagli atti di battesimo, che Salvatore Camodeca de Coronej ha conservato gelosamente, poi fatti restaurare dal sindaco prematuramente scomparso, hanno evidenziato che il paese fu feudalizzato da uomini di cultura e che, alla caduta dei Borboni, Salvatore Camodeca, affiliato alla Giovane Italia, fu il primo sindaco di Castroregio.
Pietro Camodeca, chiamato Don Pietro, nasce nel 1847, frequenta il Collegio Italo greco di San Demetrio, completa gli studi presso il Seminario di Tursi ed il 25 Marzo 1871, la Domenica delle Palme, il Vescovo Acciardi lo ordina sacerdote nel rito latino. Insegna lingua latina e greca presso l’istituto Cirino di Napoli e l’anno successivo presso l’istituto Silvio Pellico di Viggiano, dove viene nominato Vice Rettore e Direttore spirituale del Convitto Municipale. Viene nominato Arciprete di Santa Maria ad Nives a Castroregio; a quel tempo le comunità albanesi di rito greco erano in disagio in quanto avevano dovuto abbandonare il loro rito tradizionale e cambiarlo con quello latino. Al Giubileo Sacerdotale del Sommo Pontefice Leone XIII Camodeca presenta una richiesta, unitamente a parecchie migliaia di firme di italo-albanesi, reclamando l’Autonomia Ecclesiastica, la creazione di una propria diocesi e di un vescovo di rito greco, che solo più tardi, nel 1919, PAPA BENEDETTO XV istituì a Lungro.
Gli interessi culturali del Camodeca spaziarono dalla poesia greca alla latina, dalla storia all’archeologia, dalla conservazione della lingua originale agli usi e costumi; purtroppo la maggior parte del materiale manoscritto prodotto è andato disperso e distrutto per opera di ladri vandali.
Era ben conosciuto nella CONGREGAZIONE DI PROPAGANDA FIDE di Roma e noto nella zona di TORRE ARGENTINA, dove era situata la sua pensione. Innamorato della città e dei suoi monumenti, degli archivi e delle sue biblioteche, allacciò rapporti con politici e letterati.
Nel PRIMO CONGRESSO LINGUISTICO ALBANESE a Corigliano Calabro del 1895, fu nominato presidente della Società Nazionale Albanese, che aveva lo scopo di incrementare gli studi linguistici e delle sacre memorie patrie. Del dizionario pelasgo-albanese ed italiano, che egli aveva sperato di pubblicare per intero, restano solo le lettere A e B; i manoscritti, salvati e depositati dal prof. Gangale presso l’istituto linguistico dell’Università di Copenaghen, da poco sono rientrati in Italia.
All’anziano Leone XIII (1898) il Camodeca propose che all’obolo di San Pietro seguisse anche l’obolo di San Paolo, che sarebbe stato offerto al pontefice il giorno dell’Epifania come i doni dei re Magi.
Pietro Camodeca intensificò l’opera pastorale, riattò la chiesa cadente, ripristinò il catechismo in lingua albanese, diede lustro e decoro alle funzioni religiose che negli ultimi tempi erano state poco curate. Nel 1898 venne nominato Vicario Generale degli Italo-Greci della Calabria e della Basilicata e nel 1899 fu dal Re nominato Cavaliere della Corona d’Italia. Da Cirillo VIII (1905), Patriarca di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme venne nominato ARCHIMANDRITA D’ORIENTE.
Alle iniziative culturali, alla filantropia, alle opere di carità associò anche iniziative per arricchire il proprio paese. Fece costruire un trappeto per molire le olive, con una macchina a vapore, valorizzava prodotti agricoli, dal caciocavallo, all’olio, al vino, partecipando alla ESPOSIZIONE AGRARIA ARTISTICA INDUSTRIALE DELLA PROVINCIA a Salerno(1870) organizzata dalla Camera di Commercio ed Arti, dove ottenne un diploma ed una medaglia, così come al Grande Concorso Internazionale delle Science e delle Industrie a Bruxelles nel1888, dove ottenne anche lì un riconoscimento.
Pensò di far sorgere un istituto enologico ed una cantina sperimentale per migliorare le produzioni dei vini (erano già molto rinomati i vini di Sibari Turio e Lagaria ricordati da Plinio e Strabone). Furono anche gli ultimi anni di don Pietro che anelò la pace, quella che egli forse trovò tra gli ulivi del suo Frangile lambito giù a valle dal fiume Ferro. Lo lasciarono i fratelli Domenico e Crispino ed anche l’annosa quercia si schiantò. Era il 19 Settembre del 1918.
Antonio molfese medico giornalista



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