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| l marito muore di mesotelioma, lei continua la sua battaglia contro l’INAIL: dopo dieci anni arriva la giustizia |
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8/10/2026 |
| .jpg) Dieci anni di battaglia di una vedova di un lavoratore lucano per ottenere il riconoscimento della malattia professionale del marito, morto nel 2018 per mesotelioma pleurico dopo una lunga esposizione all’amianto tra le fonderie FIAT di Mirafiori e il trasporto dei materiali prodotti dalla Fibronit di Bari. È definitiva la sentenza del Tribunale di Potenza che ha dato ragione alla donna, riconoscendo che il tumore che lo ha portato alla morte era legato all’amianto respirato durante la sua vita lavorativa, e condannando l’INAIL a corrispondere le somme maturate durante la malattia, che ammontano a circa 150 mila euro (stime ONA), e alla vedova una rendita ai superstiti di circa 1.500 euro al mese, oltre alle maggiorazioni previste dal Fondo Vittime dell’amianto.
Una battaglia cominciata dallo stesso lavoratore nel 2016, quando gli venne diagnosticato il mesotelioma, e proseguita dalla moglie dopo la sua morte, avvenuta nel 2018. Per due volte l’INAIL aveva respinto la richiesta perché riteneva insufficiente la documentazione prodotta: la prima quando l’uomo era ancora in vita e la seconda, nel 2019, quando a portare avanti la sua battaglia era ormai la vedova. Nel 2021 la donna, originaria di Marsico Nuovo e oggi residente a Marsicovetere (Pz), assistita dall’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha deciso di rivolgersi al Tribunale. Dietro la sentenza c’è una vita di lavoro cominciata molto presto. Nato a Calvello, in provincia di Potenza, l’uomo aveva appena 17 anni quando iniziò a lavorare come operaio nelle fonderie dello stabilimento FIAT di Mirafiori, a Torino. Successivamente passò al settore dei trasporti e, come autista per una società di Bari, si occupò anche della movimentazione dei materiali in amianto prodotti dalla Fibronit. La sua storia lavorativa proseguì presso la cementifera S.A.M.I. di Bari, dove continuò a occuparsi del carico e dello scarico di materiali in amianto. Per il Tribunale il quadro emerso è chiaro: per oltre sedici anni l’uomo ha lavorato a contatto con il cancerogeno. Le testimonianze e gli accertamenti svolti durante il processo hanno confermato la lunga esposizione e il legame tra quelle fibre respirate sul lavoro e il mesotelioma che, molti anni dopo, lo avrebbe portato alla morte. Quando nel 2016 arrivò la diagnosi, la malattia era già grave. L’uomo morì nel giugno 2018 senza riuscire a vedere riconosciuta l’origine professionale della propria malattia. Da quel momento è stata sua moglie a non lasciare cadere quella battaglia. Ha continuato a chiedere il riconoscimento che il marito aveva cercato in vita, trasformando un percorso iniziato insieme in una battaglia di memoria e di giustizia. «La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Una sentenza che restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla sua memoria – dichiara Bonanni –. È inaccettabile che al dolore per la perdita si aggiunga il peso di anni trascorsi a dimostrare ciò che avrebbe dovuto essere riconosciuto molto prima. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare». L’ONA offre servizio di consulenza legale e medica gratuita tramite il numero verde 800 034 294 e il sito www.osservatorioamianto.it. |
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