Il governo vuole aumentare la produzione italiana di petrolio e gas e ridurre la dipendenza dalle importazioni.
È questo uno degli obiettivi del decreto approvato dal Consiglio dei ministri, che introduce procedure più rapide per le attività energetiche strategiche. «Non ha molto senso comprare all’estero questa energia quando possiamo produrla anche qui in Italia», ha detto Giorgia Meloni. Ma dietro la definizione di «semplificazione» utilizzata da Palazzo Chigi c’è una misura che potrebbe alimentare il confronto con le Regioni.
Il comunicato del Consiglio dei ministri spiega infatti che, in caso di mancata intesa regionale sui procedimenti per la ricerca e la coltivazione di idrocarburi, dopo un ulteriore termine e un’interlocuzione istituzionale il governo potrà nominare un commissario ad acta. Il commissario potrà esercitare i poteri sostitutivi dello Stato previsti dall’articolo 120 della Costituzione. «In tal modo si garantisce la conclusione dei procedimenti in tempi certi», sostiene il governo. Ma la questione non riguarda soltanto la velocità delle autorizzazioni. Il punto è capire quanto spazio resterà alle Regioni quando le loro decisioni dovessero entrare in conflitto con gli obiettivi energetici nazionali.
Chiamarla semplicemente «semplificazione» rischia quindi di essere riduttivo: la norma non elimina soltanto passaggi burocratici, ma prevede un intervento sostitutivo dello Stato in caso di inerzia regionale. Una scelta che il governo giustifica con la sicurezza energetica, ma che apre inevitabilmente un interrogativo sull’equilibrio tra poteri statali e autonomie territoriali.