La montagna non ha bisogno di essere resa artificiale per essere attrattiva: ha bisogno di essere resa accessibile, sicura, fruibile e conosciuta. Basta con le attrazioni a ciclo di vita breve e con la rincorsa ai macroattrattori. Le notizie di stampa delle ultime settimane hanno portato all’attenzione nazionale un fatto gravissimo che interessa il nostro territorio: la realizzazione di una pista da sci sintetica di 480 metri, con le relative opere connesse, nel comprensorio Sellata–Monte Pierfaone, nel Comune di Abriola, per una spesa di circa 8 milioni di euro. L’opera ha richiesto l’abbattimento di ben 951 alberi, in prevalenza faggi e ontani, in una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000, ricadente nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano. Era davvero necessario un intervento di questo tipo in una regione che possiede già, naturalmente e strutturalmente, tutte le caratteristiche per sviluppare un turismo sostenibile, capace di far conoscere luoghi straordinari senza compromettere gli ecosistemi e, allo stesso tempo, di sostenere le economie e le comunità locali? La perdita di copertura forestale, con l’abbattimento di alberi in un’area protetta, è un fatto irreversibile che non può essere compensato, contrariamente a quanto sostenuto, con successive piantumazioni: la funzione ecologica di un bosco maturo non si ricostruisce in tempi umani. Sostituire un ecosistema vivente con un manto in materiale plastico significa inoltre introdurre in quota una struttura che richiederà manutenzione permanente, che può determinare la dispersione di microplastiche nel reticolo idrografico e che, al termine del proprio ciclo di vita, porrà un problema di smaltimento destinato a ricadere sugli enti locali. Alle conseguenze della riduzione dell’innevamento, legata alle variazioni climatiche, non si risponde sostituendo la neve con un materiale sintetico. Occorre, piuttosto, prendere atto dei cambiamenti in corso e costruire un modello di sviluppo turistico più coerente con le caratteristiche del territorio lucano, valorizzando le risorse naturali, paesaggistiche, culturali e infrastrutturali già esistenti. La Basilicata offre una natura selvaggia e straordinariamente varia: dai monti alti e boscosi ai calanchi, dal mare ai borghi di pietra, dalle riserve e dai parchi naturali ai laghi vulcanici. Sono 48 i Siti di Interesse Comunitario (SIC/ZSC) e le Zone di Protezione Speciale (ZPS) che tutelano habitat naturali, piante rare e animali selvatici, dagli Appennini fino alle coste tirreniche e ioniche. È una regione che non ha bisogno di attrazioni posticce, ma che è naturalmente vocata a un turismo lento e sostenibile, rispettoso dell’ambiente e capace di accompagnare le persone alla scoperta profonda dei luoghi, delle tradizioni e delle comunità locali. In questa stessa prospettiva desta perplessità anche la continua rincorsa ai cosiddetti “macroattrattori”. Un esempio di questi giorni è l’altalena gigante di Baragiano, la cui presentazione è prevista per il 28 agosto. Pur trattandosi di un intervento diverso, per caratteristiche e impatto, rispetto alla pista da sci sintetica, la logica di fondo appare analoga: pensare che sia necessario aggiungere qualcosa di artificiale al territorio per renderlo attrattivo. Tra piste sintetiche, altalene giganti e macroattrattori di varia natura, il rischio è quello di trasformare progressivamente la Basilicata in una sorta di “paese dei balocchi”, mentre disponiamo già di un patrimonio naturale, paesaggistico e culturale enorme, sul quale sarebbe molto più utile investire per renderlo accessibile, sicuro, fruibile e conosciuto.
Perché, allora, non investire davvero per mettere a frutto le risorse che già possediamo? Si potrebbe partire, ad esempio, dalla rete dei sentieri che attraversano in lungo e in largo la regione e che collegano aree naturali, boschi e borghi. La Regione Basilicata dispone già di una vera e propria infrastruttura verde diffusa, e ancora sottoutilizzata: la rete sentieristica regionale, con 140 sentieri già censiti presso il catasto regionale. Una rete che oggi viene manutenuta in larga parte grazie al volontariato del CAI, attraversata dal Sentiero Italia CAI e connessa ai cammini che collegano i borghi. Sarebbe opportuno investire nello sviluppo e nella cura di questa rete, finanziando il ripristino e l’adeguamento della segnaletica secondo gli standard CAI, mettendo in sicurezza attraversamenti e tratti in dissesto e avviando programmi continuativi di manutenzione. Si potrebbe inoltre intervenire per recuperare e rendere nuovamente utilizzabili le numerose strutture già esistenti nei boschi e, contemporaneamente, rimuovere quelle ormai fatiscenti e inutilizzate, come alcuni impianti a fune abbandonati.
Si tratta di interventi a basso impatto ambientale ed economico, capaci di distribuire le risorse e le opportunità sull’intero territorio regionale, anziché concentrarle in poche aree, e di generare flussi turistici rivolti a persone di tutte le età e durante tutti i periodi dell’anno. La vera sfida non è costruire nuove attrazioni artificiali, ma prenderci cura di ciò che abbiamo. Rendere la montagna accessibile e sicura, tutelare i suoi ecosistemi, mantenere i sentieri, recuperare le strutture esistenti, collegare i borghi, valorizzare il paesaggio e far conoscere il patrimonio naturale della Basilicata significa costruire un modello turistico duraturo, diffuso e rispettoso dell’identità dei luoghi.
È questo, oggi, il vero volano per uno sviluppo sostenibile della montagna lucana.