Quell’auto in bilico simbolo della storia maestra senza scolari
30/01/2026
La terra si sgretola, scivola a valle e porta con sé le buone intenzioni: quelle che arrivano sempre, puntuali, dopo le tragedie, dopo i morti che vengono pianti, dopo una vita che deve essere abbandonata in una casa che non c’è più. Poi, però, non resta niente. Non resta l’indignazione, non resta la programmazione, non resta la prevenzione.
Resta il flusso delle vite degli altri che scorrono in fretta, che non ricordano il significato della parola priorità e che affidano alla fortuna il rinvio di una ennesima prova della negligenza e dell’inettitudine dell’uomo.
Care cittadine e cari cittadini di Niscemi, a scrivervi è una lucana, all’epoca bambina, di un paese che vide sgretolarsi case e vite, otto, il 26 luglio del 1986 a Senise. La collina era quella del «Timpone» color sabbia dei calanchi che racconti in prosa e versi e che vivi in tutte le suggestioni paesaggistiche possibili; ma dove non costruisci. Quella collina, appesantita dalle abitazioni, implose all’alba di quasi 40 anni fa.
Dal primo cedimento, che inghiottì la casa che si trovava in cima uccidendo 5 persone, partirono due lingue di terra, due lunghe file di caselle di un domino che, destra e a sinistra, veloci, come una mandria di cavalli galoppanti, raggiunsero la base della collina travolgendo tutto. Morirono altre tre persone. In tutto: 4 bambini (3 fratelli e una bimba di 32 giorni di vita) e una coppia di coniugi (tra questi i genitori della piccola).
Care donne e cari uomini di Niscemi, vedendo quell’auto in bilico sul ciglio della frana è impossibile non pensare a quella che è forse l’immagine simbolo della tragedia di Senise: la Fiat Uno blu di una delle vittime, in bilico sul ciglio dell’implosione, simbolo di una quotidianità tradita, di un conto alla rovescia che in molti, troppi, anche chi non pagò mai, ebbero l’ardire di non considerare. Abbiate la forza di ripartire dalla circostanza di non aver dovuto piangere morti. E ad ogni ripartenza l’auspicio è lo stesso: capire. Imparare.
Ma ancora, dopo 40 anni, la Storia fa un appello a cui non risponde nessuno.
Non con i miei soldi. Non con i nostri soldi di don Marcello Cozzi
Parlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua