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| #In-fact!: una riflessione sulla 'comunicazione' |
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7/10/2020 | Come promesso, ecco il famoso articolo sulla comunicazione. Ammetto di aver avuto qualche attimo di titubanza, avendovi proposto un tema davvero vasto e con così tante sfaccettature che ritengo sia impossibile da comprimere in qualche riga, ma ritengo valga la pena provarci.
E’ banale: la comunicazione è una conditio sine qua non della vita umana e dell’ordinamento sociale. Dall’esatto momento in cui nasciamo siamo coinvolti in un processo di acquisizione di regole della comunicazione, ed è un processo inconsapevole. Lo è per noi che apprendiamo e lo è per chi ci immerge in tale processo. Una reazione a catena che si è evoluta nel corso dei secoli e che dura per tutta la durata della nostra vita, ma di cui conosciamo solo la cosiddetta ‘punta dell’iceberg’.
Ma perché questo processo è così importante?
Semplice!
La comunicazione influenza il nostro comportamento, e, in senso lato, il comportamento dell’intera società (Usi e consuetudini, per intenderci).
E’ quindi chiaro che il nostro comportamento in toto è comunicazione, interazione con l’altro, non soltanto il discorso.
Il nostro comportamento, quindi, determina le nostre azioni, che a loro volta generano le reazioni degli altri.
E qui concetto importante: una variabile ha valore solo in rapporto ad un'altra variabile, giusto?
E allora possiamo dire che il comportamento individuale ha senso soltanto in funzione di quello degli altri (che hanno probabilmente influenzato il nostro).
Tranquilli, prometto che non troverete altra matematica tra le righe!
Torniamo a noi e alla nostra società.
La più semplice spiegazione di noi stessi, dicevamo, è la società: il comportamento di ogni persona influenza ed è influenzato da quello degli altri, e di conseguenza la nostra autoconsapevolezza dipende dalla comunicazione.
L’uomo, quindi, per capire sé stesso ha bisogno di essere capito dall’altro. Ma per essere capito dall’altro, l’uomo deve capire l’altro, deve saper ascoltare e mettersi nei panni altrui.
Ed eccoci quindi alle tanto attese emozioni che vi ho promesso. Comunicare significa instaurare relazioni, positive o negative che siano, e le relazioni indubbiamente generano emozioni.
E sebbene il valore nominale delle nostre dichiarazioni sia spesso dubbio (quante volte avremmo voluto dire qualcosa ma ne abbiam detta un’altra?), il nostro corpo proprio non sa mentire.
Gesti, postura, espressioni facciali, distanza interpersonale, colore e tono della voce sono tutti elementi formano la comunicazione non verbale. Probabilmente, una delle cose più difficile da controllare, e più i segnali sono involontari più vanno a rivelare chi siamo realmente. (Se hai gli occhi semichiusi probabilmente questo articolo ti sta annoiando, ad esempio). Un atteggiamento positivo ci assicura una maggiore probabilità di successo con glia ltri.
‘Gli occhi sono lo specchio dell’anima’. Niente di più vero. Amplificano il significato delle parole. E se è vero che nei rapporti con gli altri è quasi sempre controproducente la legge dell’imposizione, cosa c’è di più forte di uno sguardo persuasivo per ottenere dagli altri ciò che vogliamo? Ad oggi però, comunichiamo sempre meno con lo sguardo, passando più tempo a fisare il nostro sguardo ad uno schermo, che va a far quasi da tramite, da intermediario, ma cosa ci stiamo perdendo?
Ce lo dice in qualche riga Nicola Berardi, che ha condiviso con me una sua riflessione su questo tema.
“Gli occhi hanno una capacità comunicativa efficace di ciò che si prova in un determinato istante. Permettono una previa sinergia con chi ci sta di fronte, tanto da parlare di impatto visivo. Il primo scambio di dati avviene proprio in quel momento. Gli occhi parlano senza filtri, creano un effetto empatico, che influenza lo stato d’animo del nostro interlocutore. Portano alla luce ciò che vive nel profondo di ogni essere umano, e non c’è modo di frenare tale meccanismo. Oggigiorno abbiamo perso l’abitudine di relazionarci con gli occhi, in parte per il sempre maggior utilizzo dei social: lo abbiamo reso il punto di incontro-scontro del dialogo. Trascorriamo ore ed ore di fronte ad uno schermo, anestetizzando così l’abitudine concreta del rapporto umano. Penso sia ora di mettere da parte la latenza per dare più spazio al contatto umano. Siamo abituati a vedere, ma non a guardare. Il verbo spagnolo ‘guardar’ ha il significato di custodire. Penso sia il caso di imparare a guardare le persone dentro, perché gli occhi, una volta chiusi, ci permetteranno di sognare le più belle avventure.”
Apprezzo molto l’interazione con il lettore, il fatto di ricevere un feedback, a prescindere dal contenuto, è il punto chiave di una corretta comunicazione. Il feedback è l’elemento centrale di tutto il nostro discorso. Quando ci ostiniamo non diamo retta ai feedback che riceviamo, eppure questi hanno un ruolo estremamente importante per una comunicazione efficace.
Anche una non risposta è in realtà una risposta, come recita il primo assioma della comunicazione ‘non si può non comunicare’: il comportamento non ha un suo opposto (non esiste il non-comportamento). Non reagire è un comportamento, ad esempio.
Le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio. Un po’ come quando indossiamo le cuffiette sull’ autobus: noi comunichiamo di non voler essere disturbati, e di conseguenza il tizio seduto vicino non ci rivolge la parola e continua a farsi gli affari suoi in risposta al nostro messaggio.
Ci sarebbe ancora tanto da dire a riguardo, ma anche se non posso vedervi personalmente deduco che il livello di interesse stia iniziando a calare, ma voglio lasciarvi con frase che mi ha colpito parecchio e che spero possa far riflettere anche voi:” Comunicare bene è un po’ come far innamorare l’altro.”
Rosita Donadio
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